Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l'Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te. John Donne (Londra, 1572 – 31 marzo 1631)
mercoledì 31 dicembre 2008
Cercare ancora! Rileggersi il cammino già fatto; spiare quello percorso da altri prima di te senza cedere alla tentazione di smettere e starsene fermi ad aspettare che la vita ti passi davanti. Cercare muovendosi con ordine o a casaccio, seguendo il ritmo che ti detta chissà quale voce, che viene da chissà dove e che non ha una sola direzione. Chiamare o scegliere di procedere in silenzio per sorprendere ciò che neanche conosci; quel che non immagini trovare. Cercare ed essere trovati perché questo è il destino di chi si muove spinto da qualcosa che viene da dentro. Scegliere di percorrere grandi distanze e guardare più lontano che si può o procedere pian piano scrutando ogni granello. Non è il modo, né il risultato a dar ragione. Anzi, a ben guardare, non c’è alcuna ragione. Ovunque ci sia qualcosa, è giusto andare a guardare cos’è.
sabato 27 dicembre 2008
Una vita perfetta? Basta togliere il superfluo, dico io. Nella mia vita è mancato tutto, tranne il superfluo.
mercoledì 24 dicembre 2008
Con questi miei occhi chiusi, ho visto. Non le navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, no. Quelle è possibile che qualcuno tra voi le abbia viste. Ma ho visto cose diverse ed uniche quando il saggio indicava la luna: ho visto, ad esempio, la faccia di chi guardava il dito, quella di chi guardava la luna e di quanti si guardavano l’un l’altro a misurare la certezza di esserci. I miei occhi sono quelli che rispondono ad un nome, che si addolciscono pur senza vedere niente; spalancati nel buio che non bucano a ricercare una luce purché sia. Ho qui con me l’intensità di un attimo denso, e la vacuità dell’aria rarefatta di montagna e, pure se può apparire bizzarro, qui dentro ci sono le voci di chi canta canzoni e le grida di chi non ottiene giustizia tutte rinchiuse in un involucro liscio di silenzio. Vorrei chiedere cose e non so a chi né come domandare; vorrei poter raccontare di storie senza dover cominciare daccapo ogni volta. Me ne resto ad ascoltare il suono di una corda tesa che vibra nell’aria ferendola di un suono solo, immaginando come debba essere un’armonia completa e di quante corde ha bisogno. Il sapore dolciastro della commozione torna a farsi sentire e non vale. Non ho a chi offrirlo e per me è pure troppo. Ne lascio qui accanto quanto basta alla bisogna, semmai mi trovassi a ripassare.
sabato 20 dicembre 2008
Mi ricordo molto bene quel che si prova dovendo stare ai margini, quando un evento piacevole ti passa accanto senza che sia destinato a coinvolgerti. Ricordo me bambino in una stanza d’ospedale quando la visita dei parenti era del bambino sistemato accanto al mio letto. Ricordo bene quel che significava, e significa ancora, l’attesa dell’ora di inizio e la delusione che ti morde lo stomaco, quando per te quell’ora arriva senza nessun’altra novità se non quella della festa che è destinata ad altri. Vorresti che il tuo spazio fosse invisibile o si annullasse invece di essere presente. Così come ti viene d'interrogarti sul perché, quando tocca a te essere al centro di quella festa, non sia dato avvertire la medesima importanza, la rilevanza che le avevi assegnato. So bene che si tratta solo di punti di vista.
mercoledì 17 dicembre 2008
Le ascolto le parole, continuano a piovermi addosso e a cercare di uscire da dentro in un continuo rincorrersi, sia pure a diversa velocità; proprio come due lancette d’orologio che quando sembra si raggiungano, sono solo sovrapposte: correlate ed indifferenti. Mi piacerebbe abituarmi al suono delle voci senza dover loro affidare alcun significato; essere lasciato libero di capire quel che mi piacerebbe e conviene. Non sono così neanche i sogni, però. Anche loro sembrano mettersi in fila, nascondersi l’uno dietro l’altro per ingannare sul numero e sostanza. Ci riescono fin troppo bene. Qui, dove dovrebbe esserci della pelle capace di seguire con la sua sensibilità ogni carezza, insiste una crosta di colore scuro che sembra rugosa a prima vista, ma che si rivela liscia e sfuggente. Sembra messa apposta lì per attirare le dita a scovarci al di sotto. Sotto di sé tiene la parte di pelle offesa e ricostruita a fatica e non si deve aver fretta di sbarazzarsene, neanche se sembra irresistibile il richiamo a scoperchiarne la volta e, magari, vedere come si riaffaccia il dolore pungente ed il colore del sangue nuovo. Il senso delle cose dette prende una piega diversa a seconda del tono; persino un nome può essere detto in modo diverso. Il mio, per esempio, non lo sento più da tanto tempo.
martedì 16 dicembre 2008
Che male c’è a scrivere una lettera a Babbo Natale? Di questi tempi, poi: assolutamente normale farlo e ammetterlo, soprattutto. Chiedere, dopotutto, non costa niente, ma alimenta un lungo periodo di speranza che magari ti traghetta verso un nuovo punto di partenza per immaginare un’altra speranza e così via. Nel mondo delle illusioni a buon mercato, meglio approfittarne senza scavare troppo; senza doversi confrontare con la logica. Così prendo la penna in mano e su un foglio scarabocchiato da un lato solo, posso scrivere la mia. Dovrei pensare a cosa offrire in cambio della lunga lista di cose da chiedere: mi hanno insegnato che è così che si fa fin da quando il Signor Babbo Natale era ancora Gesù Bambino. Il motivo per cui ha avuto più successo il primo rispetto al secondo, è da attribuire, ne sono convinto, nella possibilità del probabile effetto di senilità del vecchio signore rispetto al figlio piccolo del Signore. Non devo soffermarmi su questi particolari, altrimenti non finirò neanche l’inizio di questa lettera che è diretta chissà dove e che chissà quando e come sarà letta. Devo stare attento ad essere chiaro, univoco e soppesare bene ogni offerta per farla bilanciare con ciascuna richiesta; così passo a valutare cos’ho da offrire. Già, che ho da dare? Non voglio cedere alla tentazione di assolvermi senza neanche prendere in considerazione il desolante vuoto che improvvisamente mi si spalanca dentro; non è giusto. Sono davvero una persona buona, giusta quel tanto che basta, sono riuscito ad offrire qualcosa di mio a chi ne aveva bisogno? Le risposte sono spesso difficili da dare rispetto alle domande che, dopo la prima, solitamente la più scomoda, finiscono per affiorare come gocce d’olio nell’acqua calda tutte insieme. Non ho molto da offrire e non credo che l’estemporanea elemosina, che posso ripromettermi di fare presto, sanerà in modo soddisfacente il grande senso di vuoto che si è venuto a creare. Sul foglio ancora bianco, privo di qualsiasi traccia di scrittura a parte lo scarabocchio, devo ancora riversare quanto ho da offrire in un pianeta che solo a volte sembra immenso, mentre altre volte sembra così piccolo e modesto. Divorare le distanze e trovarmi sbattuta in faccia la prova di quanto costa la mia attesa di scrivere qualsiasi cosa su un foglio usato una volta sola e per puro capriccio? A chi ho tolto la possibilità di scrivere, per esempio? Ho uno stomaco che non brontola per mancanza di alimenti, un tepore tutto sommato sufficiente a tenermi vivo e una buona porta per tener lontano da me chi potrebbe guardarmi in casa con cupidigia. Tutto questo costa; ed io lo so bene. In un mondo dove ogni cosa può solo spostarsi, anche la ricchezza segue questa regola e la mia, per quanto modesta, è stata sottratta a qualcun altro. La ricchezza di ciascuno, dunque, potrebbe essere diversamente distribuita: chi lo ripete ricordandolo ad altri, spesso non ne ha pienamente diritto o non ne ha affatto. Le risorse naturali come l’acqua da bere, l’aria da respirare, lo spazio da occupare e persino il panorama da ammirare, sono da condividere, piuttosto che da difendere chiudendo a chiave questo o quel sito; diversamente, è accaparrarsene l’esclusiva in danno di altri. La mia stessa vita, dunque, è possibile perché qualcosa d’altro, già vivo, mi ha lasciato la possibilità di perdurare, di sopravvivere. Tutto tranquillo perché non si sente la vita urlare, quando se ne va davvero, anche se atterrisce meno quando si vuol sopravvivere e se ne hanno i mezzi. Discorso complicato da scrivere su una lettera. Improvvisamente lo scarabocchio mi sembra la cosa più sensata da lasciare su questo foglio, peraltro bianco. Per far felice qualcuno, sia pure inconsapevolmente, si dovrebbe sparire semplicemente ed infischiarsene del vuoto che si lascia. Non esiste altra prova di generosità altrettanto valida: tutto l’argomentare sulla difesa del valore della vita, può essere drasticamente ridimensionato ad un semplice “acceso / spento” dove, se è acceso qui, dev’essere spento altrove. Ineludibile logica, vecchio mio. Meglio conservare il foglio scarabocchiato per un’altra, più utile occasione: ho già più di quanto mi serve davvero.
sabato 13 dicembre 2008
Un giorno potranno leggere i pensieri; così c’è scritto. Già oggi possono tradurli in linee che domani riempiranno di colori. Non ci saranno più dubbi su quel che pensa questo o quello: tutto chiaro. Almeno fino a quando non si potrà ritoccare la rappresentazione; come adesso con le foto. La verità nuda, senza mistero, senza congetture. Chissà come sono i miei pensieri di adesso, qual è la forma e a quali colori si ispirano e, se ci fossero anche i profumi e la sensazione di tatto e suono, sarebbe come rivivere un istante e fermare il tempo. Che senso ha poter fermare il tempo senza averne per rivisitare quel che è stato di sé, figurarsi di qualcun altro? Questi pensieri, a volte indecenti, li tengo per me e li spoglio, li vesto, li accendo e spengo riordinandoli secondo il capriccio del momento; senza concedere spiegazioni, che non sarebbero mai complete.
venerdì 12 dicembre 2008
Vorrei non dover aspettare la sera per cominciare ad aspettare il mattino. Ci sono senz’altro cose più importanti da fare e ci sono pigrizie da sconfiggere compresa la mia: la più ingombrante di tutte. Lo sguardo di chi attende è uguale dappertutto: la luce è opaca ed ormai so riconoscerla ovunque si trovi. Vorrei che i sogni non finissero per starsene all’ombra, nascosti. Hai ragione: ne scrivo così tante di frasi e ne dimentico altrettante. . . quando riuscirò a cancellarle prima di scriverle, sarà tutto risolto. Servono principalmente a me stesso; ne sento il calore debole finire per ardermi dentro e riuscire ad illuminarmi di quel tanto che basta per abituarmi e non poterne fare a meno. Un po’ come guardare la fiamma del camino: è uguale a se stessa ma non si riesce a staccarle gli occhi da dosso. Il paradosso dovrebbe suggerirlo il bisogno di alimentare la fiamma con qualcosa che di certo non ha calore, ma riesce di certo a contribuire a darne, se nelle giuste condizioni.
Ti trovo qui, dove non mi sarei mai aspettato ed è come sentire un sasso che cade dentro ad un pozzo; che batte, senza impigliarsi, in ogni asperità della parete fino a farti desiderare di sentire il tonfo sordo del fondo. Viene da affacciarsi a quel pozzo, guardarci dentro per riuscire almeno a vedere il contorno della propria testa contro la luce prigioniera là sotto. Invece niente; me ne resto a guardare un punto senza senso e senza alcuna storia in questo orizzonte che non significa niente. È bastato il tuo nome per ricordarmi da dove sono partito tanto tempo fa; è bastato sentirti vicino per rispedirmi a cercare i miei passi, le tracce lasciate a macerare sotto acqua e vento. Ed eccomi qui, ora come allora, con gli stessi difetti di sempre ed uno su tutti che non ho mai confidato a nessuno di conoscere. A te è diverso, a te posso e, anzi, devo. Si tratta di quella stessa forza invisibile che ho visto cogliere alle piccole barche fatte coi gusci di noce, stecchini e mollica di pane quando le misi a navigare in una bagnarola. In quella conca, che non somiglia per niente al mare, le barche cariche di un peso eccessivo, si lasciavano attirare tra loro e tutte insieme verso i bordi. Inutile forzarle a solcare in modo corretto, logico e ludico quel tratto pur breve: finivano per coricarsi di lato ed andare a giacere sul fondo. Ecco, io come quei giochi, sono stato afflitto dallo stesso inesorabile difetto: sempre troppo ai margini, sempre troppo tendente a coricarmi e terminare. Tutto questo senza neanche rendermi conto di quanto ci fosse da seguire, studiare, intervenire; senza riuscire a dosare la forza volta per volta senza spenderla tutta per un’unica contesa. Che dire d’altro e di più? Che sapendo guardare solo a tratti questa giostra che è la vita, questa macchina che gira tra luci ed ombre con la musica alzata forte a coprire la miseria degli ingranaggi; che di tutto questo, dicevo, non ho visto che un pezzo per volta e chissà perché mai ritenga di averne visto abbastanza? Ad un impegno sono riuscito a tener fede: non insegnare niente a nessuno, giacché non ho niente di buono da dare. Per il resto ho segnato i punti a vantaggio della vita togliendoli a me uno per volta e senza barare. Altrove si chiamano perdenti quelli che fanno come me; però di vincenti non ne ho mai conosciuto uno nonostante siano i mediocri a gridare più forte di tutti che non è vero. Strana sensazione quella che provo, ti assicuro. Rileggere che mi cerchi ancora malgrado il tempo di vuoto trascorso. Io che non ricordo quando ho smesso di essere figlio, né di aver mai cominciato davvero; io che padre lo sono a mia volta e dubito d’esserlo come pensavo si dovesse, rileggo il tuo nome accanto al mio e non c’è polvere sopra. A ciascuno dovrebbe essere dato il perdono senza chiederlo. Non a me, comunque, che ho lasciato senza troppi rimpianti che il tempo si prendesse i miei punti senza neanche tentare di barare una volta. Dovevo darti una risposta e questa non è forse quella giusta, ma è l’unica che ho, papà.
giovedì 11 dicembre 2008
A me basterà guardarti di tanto in tanto: mi andrò convincendo che valeva la pena arrivare fin qui, mi piacerà sentirti, nonostante possa sembrare non ascoltare nessuno e penserò ad ancora quanto di tutto questo mi resta da scoprire. Non sarò capace di raccogliere l’essenza di te; ma qualsiasi cosa tu mi suggerisca, cercherò di fissarla o, almeno, trattenerla quanto più posso. Ed è strano che lo faccia qui, no? Al di fuori di qualsiasi luogo segreto, alla luce di chi si avventura lungo percorsi invisibili, per ogni significato ciascuno riesce a dare.
mercoledì 10 dicembre 2008
Me ne sto chiuso in questo guscio nel quale riesco ad impedire l’ingresso persino ai suoni estranei che potrebbero infastidirmi. Il trillo del telefono, le notizie oltraggiose, le parole di fatti che non voglio mi riguardino. La stessa barriera della stropicciata coperta di Linus che, immagino, deve avere un odore che richiama a cose usate e di cui ci si può fidare, anche se non ti difenderà a sufficienza. Che importa? Ai colpi che arrivano e che non puoi schivare, a quelli che ti colpiscono più forte di quanto non sei capace di sopportare, alla pioggia che ti bagna quando non hai riparo, all’indifferenza che ti oppongono quando vorresti solo un po’ d’attenzione è questo che ti resta: la tua debolezza tenera come una coperta. Illusoria come un sogno dirai. Benché dei sogni non si possa fare a meno tanto che c’è chi li comprerebbe ed i tuoi, puoi starne certo, sarebbero i più pagati per quanto sono perfetti. Ha davvero importanza che evaporino al mattino, che non lascino che la vaghezza di una sensazione inafferrabile? No, non ne ha, naturalmente. Li riconosco i sognatori; hanno lo stesso sguardo e la stessa piega all’angolo della bocca che non è più un sorriso ma quel che ne resta. Ancora un po’ di musica per immaginarti danzare.
martedì 9 dicembre 2008
Neanche mi guardi mentre dici queste cose, quando parli di quanto lontano te ne andresti, quando accenni alla catena che ti ha tenuto ancorato a questo cortile che non ha incuriosito te solo e quando la rabbia ti spreme sale dagli occhi. La sento la tua voce arrochita per aver gridato così alto e così a lungo perché fosse sentita più lontano; vedo le tue braccia stanche di scagliare sassi già appuntiti, ora solo ciottoli erosi, che non hanno bucato il cielo come avresti voluto: braccia che ti scendono ai fianchi restando appese alle spalle che il respiro solleva sempre più lentamente. Lascio qui il sogno che ho trovato e già riconosco quella luce nei tuoi occhi bui: la stessa di quella volta in cui il cielo l’hai bucato davvero con un’alzata di spalle. Dimenticavo . . . la catena non appare fissata così saldamente come credevo.
lunedì 8 dicembre 2008
Quando non riesco a sentire i miei pensieri, mi sposto di lato, mi fermo addirittura, lasciando la corrente fluire per cercare quella voce sommessa, quello sguardo di fuoco che mi guarda attraverso e mi scopre quel tanto che basta a farmi sentire più nudo e più solo. Era ora quel momento, un attimo fa: trascorso, già storia. Ora che tutto dev’essere chiaro; che si dispone in ordine logico, in modo che chiunque capisca, io compreso; ora che l’effetto conosce la sua causa e l’imponderabile cancella la paura illuminando qualsivoglia segreto; in questo momento, dicevo, dove alla fede e al rispetto dovuto si conserva il giusto rango del perdono richiesto all’ignoranza: un attimo ancora, ti prego. Perché la deriva non mi porti via, lontano da me stesso cancellando quanto di buono, o almeno in quel che credo sia, venga travolto dalla grandezza dei numeri. La ragione, che la logica crea una volta e che pone a dispetto nella marea dissolvente di gocce ignoranti, seppure numerose, ha un suo compito imprescindibile ed apparentemente inutile: arginare l’inarrestabile. Così, come uno scoglio flagellato dalla furia del mare è destinato ad essere limato in eterno; per ogni cosa è da conoscerne la causa, prima di opporre un’inutile resistenza purché sia. Appare chiaro come all’umanità dolente, che oppone alla logica di equa suddivisione la pretesa di mantenere incongrue disuguaglianze, possa resistere con la sola giustizia possibile della legge matematica: l’impossibilità di qualsiasi risultato. Divisione per zero, insomma. Che tutta la ricchezza accumulabile o solo concettualmente ipotizzabile resti dov’è per mancanza di unità di divisione. Zero, appunto; cui puoi aggiungerne moltissimi altri o sottrarne altrettanti senza scuoterne la natura. Voler bene alla vita significa dunque anche questo: rinunciare a dividere rinunciando a moltiplicarsi? La coscienza opposta all’istinto e al diavolo ogni rivoluzione, ogni sovversione dello status quo, della disparità, dell’esistenza dell’egoismo da erigere nell’inutilità del tempo che in modo determinato passa ugualmente, indifferentemente. Dovrei tornare indietro, dici? Avrei dovuto pensarci prima di generare un altro individuo cui delegare il compito di pretendere d’essere compreso come divisore, lo so. È vero, lo ammetto. Avrei dovuto annullare ogni dividendo contribuendo a non incrementare il divisore o, meglio, a tacere e non tentare di seccare questa pianta ritorta che cresce e si alimenta affondando le radici puntute in quest’arida terra che inganna i sognatori e i poeti con i suoi fiori. I fiori, appunto, sono solo fiori e non regali per gli occhi o spicchi di profumo. Lo so bene; nonostante voglia regalarne ancora pure in questo margine che mi sono ritagliato: offrirne ancora uno, uno solo. Ed era ora: quell’attimo, un attimo fa.
martedì 2 dicembre 2008
Mi è parso di aver sentito la voce lamentosa levarsi appena più alta del mormorare solito che qui intorno si spiega di tanto in tanto. Una nota più acuta, un semitono destinato a perdersi in questo mare stanco di spumeggiare. Resta l’impressione o poco più; da lavare via insieme ai cristalli opachi di sale che s’incrostano sui vetri e che arrossano gli occhi. C’è da aspettare che il vento si distolga da qui o, magari, si addensi più tardi e più avanti dopo quest’attimo di pace. Su questo scoglio amaro che ferisce di sola presenza, in questo riparo che, per quanto piccolo, è quasi sufficiente, beffardamente contrapposto al niente che si espande tutto intorno; restiamo io e questa presenza ormai muta che era voce ed ora non è altro che vuoto da riempire: senza fretta, procurando, semmai, di ritrovare altro, insensibile vuoto alla fine. Le voci si raccolgono unite come in una canzone mandata a memoria di cui sfuggono solo poche e marginali parole; ciascuna inviata con il calore del proprio fiato col quale si accompagna la fede con la certezza che duri più della nuvola di vapore su cui la supplica pare poggiare. Ciascuno ha diritto a parlare con Dio ed ognuno dovrebbe, almeno una volta, mettersi da parte e indicare, tanto a Lui quanto a se stesso, dove c’è da appuntare attenzione; immaginando di farne parte. In questo modo il Suo silenzio sarebbe il nostro, di ciascuno di noi: esattamente com’è, insomma, ma con spiegazione convincente. Quanto più si afferma la statura dell’uomo consapevole, tanto più si dissolve la presenza divina: è inevitabile. Lo è meno l’ineludibile responsabilità che solo l’egoismo espresso da ciascuno cerca di nascondere. Un po’ come chi trovandosi a raccogliere cibo da terra, vada a caricarlo dietro le spalle senza chiedersi come mai quel peso non vada ad aumentare, come dovrebbe. Non è evidente l’inutilità di quella raccolta che non può conservare, e tanto meno disporre in futuro, perché non fa accumulare? Tanto non importa a nessuno e, passata questa pena, importerà poco o niente persino a me stesso che quella voce devo aver sentito. Basterà chiudere gli occhi una volta soltanto e lavar via ogni minuto cristallo di sale con un solo rapido abbassare di ciglio. L’orizzonte resta lontano. Continuo ad ascoltare il silenzio, mio complice; obbligandomi a non cedere alla lusinga di elevare voce da questa muta melodia che, così com’è, pare perfetta e del peso sufficiente a farmi gemere un poco: solo quel tanto che basta.
mercoledì 26 novembre 2008
Ho la netta sensazione che questo sarà l’ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi. Ne sono convinto perché l’esibizione di tanta intransigenza conservatrice non corrisponde alla vera anima della destra moderata italiana. Aggiungerei che l’amplissimo margine della maggioranza che lo sostiene, costituisce il vero, ultimo ostacolo all’invocazione di attenuanti; così l’inevitabile fallimento della politica economica, che sembra capace di ascoltare solo le esigenze del profitto industriale, sarà solo sua e non condivisibile con nessun altro. Quel che sembra mancare, in questo desolato panorama, è un polo progressista degno di tale nome. Chissà, magari in seguito . . .
martedì 25 novembre 2008
Cosa c’è di peggio in una situazione in cui uno parla, nessuno l’ascolta e poi tutti sono contrari? Naturalmente la situazione che “Ti” vede come protagonista, in cui “Tu” puoi dire quel che più ti aggrada, senza che nessuno ti ascolti. Vedo che tentenni . . . Dici che è anche peggio se ti ascoltano esattamente come se tu fossi un fastidioso brusìo? Può succedere che nella Rete tu sia meno rilevante dello Spam, ma questo non aggiunge alcun valore a quest’ultimo: di questo sono convinto.
Capita di ascoltare discussioni di cui solo un risultato è certo: nessuno dei contendenti ammetterà mai il proprio torto. Che si accontenti chi ascolta: ha il vantaggio di crearsi un’opinione o cambiarla. Sempre che chi sta discutendo non riesca a sedurlo con argomenti diversi da quelli che la discussione sta trattando.
domenica 16 novembre 2008
Sto riflettendo sull’argomento che ci è capitato di sfiorare conversando e mi domando che senso ha cercare l’originalità in un pensiero che è sempre stato presente in chiunque. Non è così, naturalmente. Dove troverebbero posto le intuizioni assolutamente geniali? Lo so, tu sei pronto a dirmi che niente esiste al di fuori di questo mondo finito e che niente di nuovo può essere trovato se non lo s’inserisce ex novo. Comunque sia, dev’essere riconosciuto il primato a chi quella cosa, mai pensata o detta, la dice per primo o, almeno, a chi la espone più chiaramente di altri: è questo il senso della storicità, altro che sottolineare eventi storici che nessuno ha voglia di riconoscere. Per rifarmi all’argomento del mondo finito, dovremmo forse aspettare il passaggio di un’altra cometa con una coda provvista di pensieri semplici? Semplicità da spargere a piene mani sulle complicazioni create apposta per rendere difficile il cammino quotidiano. Un “Sì” da una parte e un “No” dall’altra: bianco e nero, più e meno. Al diavolo le sottigliezze che conducono a paradossi come la Guerra Giusta o la Violenza Limitata che, se solo ti capita di leggerle per bene, sembrano già così delle stupidaggini. Un mondo più bambino, insomma e, tutto sommato, meno infantile di quello di adesso. Lo so da me: è chiedere troppo. In un mondo semplice i mediocri non troverebbero mai un posto di rilievo, né in cima né in fondo a qualunque lista.
martedì 11 novembre 2008
Hai ragione; non ho nessun diritto di criticare l’immagine della profondità dei tuoi occhi ripresi da molto, molto vicino: da così vicino che posso contare le pagliuzze dorate dell’iride. Dopotutto perché dovrei? La rete è questo: libertà di espressione. Magari non è proprio vero: la libertà, quando è custodita sotto chiave è molto meno libera di quanto si voglia pretendere. Così mi tengo le mie critiche alle immagini e alle parole che vogliono elevarsi ora a poesia ed ora a filosofia e, a mio avviso, non possono essere iscritte né all’una, né all’altra. Tengo per me ogni paragone, specie quelli più spiacevoli che sono i più e faccio in modo che nessuno si accorga che le perplessità non sono più recentissime. Un po’ come quel documentario che ho visto: dove un cucciolo è stato filmato e seguito nel suo andare incontro alla propria fine. Giusta la motivazione dell’astensione di qualsiasi intervento: la natura deve fare il suo corso ed anche il predatore deve sfamarsi per l’equilibrio delle cose. Altrettanto giusto, dunque, che il grottesco in agguato finisca per sovrastare il ridicolo: dove le pagliuzze dell’iride restano a presidiare la parte più concreta di tutto questo continuo dire e ridire. Un sacro fuoco che sembra divorare i più: ciascuno vuol raccontarsi prima di ascoltare e, sempre più spesso, capita che si dica a casaccio proprio per non aver mai davvero sentito alcunché; salvo lamentarsi perché non si è capiti. Non vorrei deludere e così ammetto, controvoglia, che molta parte di quel che è scritto è vicino alla poesia piuttosto che alla filosofia. Eludo ogni spiegazione circa la funzione della logica in qualsiasi argomentare e non vedo l’ora di dissolvermi. Devo assolutamente farlo e, di certo, prima di lasciarmi sfuggire domande e considerazioni. Non è necessario si sappia che per fare poesia non è fondamentale andare a capo più spesso e, peggio, che sia questa l’unica condizione.
sabato 8 novembre 2008
Dovrei essere depresso e, con tutta probabilità, lo sono.
Data questa informazione assolutamente superflua ai più, non resta che mettere a disposizione di qualunque altro svogliato la storia che mi è capitata sotto mano stamattina.
Tralascio nome e cognome dello sventurato del quale leggo il riassunto della sua vita scritte in righe fitte su tre facciate A4 comprese le informazioni assolutamente superflue.
Il punto centrale è l’argomentare su un uomo che provenendo da una famiglia numerosissima, lascia la scuola, ancora bambino, per essere avviato al lavoro.
No, non pasticciava con pastelli colorati sulla sontuosa scrivania di papà e nessuno si chinava su di lui per sorridergli al fine di ingraziarsi la benevolenza dei genitori. Un lavoro duro per un bambino di dieci anni: fornaio in un panificio a conduzione familiare.
Al riparo da controlli che, posso giurarci, non ci sono mai stati, il bambino è cresciuto fiutando ogni notte l’odore della pasta che lievita. Bruciature e scossoni non li ha contati nessuno.
Il bambino cresce ed è possibilissimo che abbia passeggiato sulle stesse strade dove sventola la bandiera del nostro Bel Paese.
I giorni passano e si fa grande.
Stessa storia di tanti, pensi. Ed è proprio così, infatti.
Una ragazza, amore fugace dove i brividi sono abbandonati a se stessi ed un mattino tutto questo fragile castello crolla: niente più lavoro, niente più amore, niente più niente.
Le strade sono la prima sorpresa: esistono anche di giorno e possono essere percorse dai nullafacenti.
La bandiera continua a dondolare molle incurante delle sigarette che vengono a mancare.
Potrebbe essere una vacanza se non durasse tanto.
Dura troppo, invece.
Ormai è un uomo: viene condotto legato proprio sotto la bandiera che quel giorno non sventola nemmeno. Lo condannano e la società respira sollevata per essersi sbarazzata di uno spacciatore.
Non l’unico ma più disperato di molti altri.
Chiedere aiuto; questo gli è rimasto da fare: … e lui lo fa con tutta la dignità di cui è capace.
Non vedrà il bambino perché quell’amore fugace non ha suscitato i brividi necessari a far sentire una stella la ragazza, poco più che bambina, di una sera tra le tante.
Dovrei essere depresso, dicevo?
Guardo questo pasciuto cialtrone che dalla tv, in perfetto favore di camera e luce, mi parla di Patria con lo sguardo ispirato ed il petto pieno dell’aria che, se liberata, farebbe certamente sventolare la bandiera e, sia detto con rispetto, mi urterebbe più di un po'.
I sentimenti sono nobili quando vengono da un corpo nutrito.
Sorseggio la malinconia facendomela durare a lungo, e soffiandoci sopra di tanto in tanto per non permetterle di bruciare troppo.
venerdì 7 novembre 2008
Stavo tornando a casa con uno sguardo distratto che spaziava oltre il parabrezza: nessun pericolo incombente e velocità tutto sommato moderata. L’imponderabile si materializza in un accartocciarsi di penne e piume bianche e nere che piomba sulla strada. Muore una gazza e lo fa così: tra le auto dalle quali si dev’essere sempre tenuta prudentemente alla larga. È prevedibile che molto presto il candore delle penne assuma un colore grigio; quasi che negando la certezza della tinta anche l’anima sia condannata a prendere visione dell’ineluttabile. L’unico gesto di pietà che riesco a porre in essere è di scansare la carcassa senza vita di cui mi pare di notare l’arruffarsi delle penne al mio passaggio. Un gesto isolato che non giova. Proprio come la pietà che presa a piccole dosi finisce per essere più utile all’accorto pietoso che, perlomeno, può contare su una divina considerazione spendibile chissà quando e chissà dove e come. L’inconsistenza è a portata di mano e con essa, l’inutilità. Dopotutto molta parte della vita è un rituale: i rituali, si sa, sono fatti da gesti tutto sommato inutili e per ciò stesso pieni di quel fascino che tiene assieme i curiosi. Curioserò altrove. Quella gazza è morta volando e, voglio pensare, non ha dovuto provare il suo peggiore atterraggio proprio quando non c’era alcuna possibilità di rimediare. Questo mi deve servire a ricordarmi di tenere ordinati i miei conti con ciascuno. Non è possibile, lo so, ma tanto vale la pena di tentare.
giovedì 6 novembre 2008
L’unica cosa della quale disponesse in abbondanza era la ristrettezza e con tale materia adottò se stesso, i suoi pensieri ed opinioni e vi ispirò tutte le azioni della sua vita, che, d’altronde giacevano sullo stesso piano.
Questo tipo l’ho incontrato, naturalmente: è qui e ha unito le proprie energie a quelle di altri orgogliosi portatori di minuzia al punto da gioirne come arte sua e per il consenso che la miseria concede anche agli atomi.
Non parlatene come di un meschino; egli non è ancora pronto al grande balzo che, per quanto limitato, fornirà materia di studio di cui già si compiace. Stesso compiacersi di quella molecola che si stacca dall’infimo delle deiezioni per affliggere il naso più acuto.
Ecco espresso il valore della cacca.
Il pericolo letale, quello che incute terrore non è preceduto quasi mai da frastuono, da ruggiti o affilare d’artigli. La guerra moderna, tanto per fare un esempio, non è più preceduta dalla cavalleresca consegna della sua dichiarazione.
Ci si limita ad un sommesso sferragliare di carri, uno scorrere di otturatori e, prima che la quiete sia interrotta, un lampo silenzioso ed ecco che il colpo arriva seguito subito dopo dal fragore.
I tecnici della morte sono talmente soddisfatti della precisione con cui i loro proiettili colpiscono, delle mimetizzazioni che li rendono invisibili: poiché è l’inganno messo in essere quello che si fa passare per eroismo.
Beh, sempre che l’inganno altrui non sia altrettanto efficace, poiché, in questo caso, l’azione silenziosa e occulta si liquida come vigliaccheria.
I termini sono importanti per scrivere la storia al di là di qualunque altra interpretazione.
Per la repressione, invece, il rumore è necessario. Costituisce il motivo scatenante della reazione che si placa, infatti, non appena il frastuono ha termine.
Sembra ridicolo, specie se ci si incaponisce a guardare all’argomento dal punto di vista dei batteri; se solo costoro ne avessero uno. Il terrore è generato dal silenzio frenetico che, solo con molta, molta fantasia, potrebbe essere preso per brusio, tutt’al più un brusio, appunto.
mercoledì 5 novembre 2008
Leggo le reazioni all’opinione di Paolo Guzzanti sulla signora Mara Garfagna che avrebbe ottenuto la nomina grazie alla soddisfacente composizione del suo codice genetico generosamente, giusto dirlo, esposto.
L’argomento è ghiotto più dell’argomentare; ma qualcosa da aggiungere ci sarebbe e qui, dove mi è ampiamente consentito, lo aggiungo.
Che vi sia una nomina in base al “diletto” del nominante è cosa lecita e di pacifica applicazione. Quel che mi spiego meno è perché tanto livore nei confronti di un personaggio che, in fondo, incide in modo assai trascurabile nella vita civile di questo Paese.
Dov’era il fustigatore di molli costumi quando la nomina ha investito avvocati, e non solo, i cui meriti stanno nell’abilità ad aggirare e, quando questo non è proprio possibile, a suggerire quali cambiamenti normativi apportare, per risolvere i pasticci legali di quello stesso personaggio che ha avuto il merito (sic!) di elevare l’odierno censore a dignità senatoriale?
La pagliuzza nell’occhio …
lunedì 3 novembre 2008
Scorrono le immagini di sempre, quelle che costruiranno, più avanti, i ricordi di adesso; ammesso che questo “adesso” valga la pena di essere ricordato.
Scorrono le immagini, dicevo, e tra tutte vado a scegliere quelle che mi costringono la gola facendomi faticare la semplice operazione del respiro.
Facile sfuggire a questo genere di malinconia, dici?
Usare ironia è più agevole quando si sta bene o, comunque, non malissimo.
Mi trovo più portato al sarcasmo, debbo ammettere, ma devi convenire che a trattare con questa gente che si sente già sazia se il vicino digiuna, usare ironia è come far pretendere al carrettiere di cavare obbedienza usando la piuma piuttosto che lo schiocco della frusta.
Dicevo delle immagini ed eccole: sono quelle di sempre e, pare, a nessun altro, oltre me, provochino lo stesso intenso disagio.
Un po’ come trovarsi stretti con le spalle al muro mentre il pavimento prende a cedere dal centro della stanza confinandoti in un angolo sempre più angusto. Cadere, in questo caso si sa, è solo questione di tempo.
Usiamola quest’ironia da strada per mettere alla berlina i sentimenti miei ed i tuoi; no, anzi, solo i miei che, a ragione, sono stati tirati in ballo per primi.
E prima di ogni altro, occorre uno sberleffo a quest’uomo che non ha pazienza e che ascolta quel che gli dici finendo per sentire dell’altro; costui al quale chiedere impegno è praticamente superfluo poiché ne profonderà di certo, ma meno di quanto potrebbe.
Vecchia storia, la mia, paragonabile ad una spugna che sollevi dall’acqua e che quanto più tempo la lasci colare, tanto meno avrà assolto il suo compito.
Immagine perfetta, questa, dove i cunicoli sono imperscrutabili e vagamente misteriosi se conducessero a qualcosa; non affannarti: non conducono a niente, ti assicuro.
Quando ho deciso di chiedermi brutalmente quanto bene volessi, avevo già pronta la risposta più semplice se, subito dopo, non fosse intervenuto lo sberleffo in un’altra questione: come vuoi bene?
Ed ecco che le immagini di poco fa sembrano sciogliersi e finire inghiottite in un gorgo inarrestabile. A certe domande non si è mai veramente pronti e mentire si può, ammesso che si possa rinunciare al proprio perdono.
In questo invidio i conservatori di oggi: non subiscono il rimorso e sono capaci di raccogliere tutte le briciole e farsi un segno di croce prima di gettarle in modo che neanche i passeri possano beccarle. Solo ostentare la pietà è elegante, meglio glorificare l’elemosina, magari con una confezione di croccanti biscotti integrali da destinare ai vecchi, pazienza se sdentati, e sentirsi in pace, e al sicuro, per aver delegato “qualcuno” ad occuparsi delle incombenze più sporche, purché non se ne senta parola o fetore.
Mi tengo il sapore di incompiuto, al quale dovrei essere abituato e lascio che le immagini scorrano ancora e ancora.
Almeno fino a quando ci sarà tempo per la memoria.
venerdì 31 ottobre 2008
Coincidenze il numero dei passi che ricordi: sono quelli che servono per giungere ad un punto che a te solo significa qualcosa. Quel posto dal quale ci si allontana ed al quale si torna, sempre. Coincidenze che si rinnovano quando il numero delle lettere di un nome corrisponde, che s’insinuano sottili nei pensieri perché è di cose così che stai parlando senza essere certo di quel che si dice. In fondo sono così tante le parole delle quali si poteva fare a meno.
E poi ci sono quelle che se non vengono pronunciate; continuano a bruciare dentro fino a lasciare un segno come di fuoco che non togli più.
Le parole che avresti dovuto dire o quelle che avresti potuto ascoltare davvero; i pensieri che ti hanno accompagnato e condotto fin qui.
Le coincidenze continuano indipendenti ad armonizzare le cose, a distoglierle, a mischiarle e dividerle seguendo un disegno a caso che, caso per caso, ha un senso che pure è sfuggito ai più.
Trovare le cose che si credevano perdute, per esempio, è un caso al quale ci si arrende con facilità senza neanche avvertire la corrente che ti scivola addosso finendo per portarti più in là di quanto pensavi.
Sembra complicato ciò che, in effetti, lo è se non hai una ragione per spiegare.
A me non è concesso: non ho ragioni, mi restano suggestioni che le nuvole amplificano qui e non altrove.
Quasi che le parole prendano ad avere un senso solo se confinate nell’ambiguo universo dove la coincidenza è la ragione primaria.
Che fine ha fatto il desiderio di riuscire nell’impresa di spiegarmi?
lunedì 27 ottobre 2008
Dove si conservano i sogni? Nello stesso file dove si archiviano le nuove “faccine” di msn.
Sì, un sorriso lo fai uscire.
sabato 25 ottobre 2008
… e tu continui a dirmi che ti manca il marmo bianco per scolpirci la figura che mai una mano ha toccato e che la parete laggiù non è abbastanza convessa da far risuonare il petto e scuotere i tuoi tempi per sincronizzare i battiti del cuore e persino i respiri.
Che manca ancora?
Non c’è la luce giusta per esaltare i colori che da decisi diventano pastello ed il vino scadente coprirà certamente il sapore di quel bacio che puoi solo sognare.
Così non mi resta che quest’aria che non profuma di niente ma che mi riempie di vita senza neanche bussare.
Ci vuol poco, quasi niente, per sentirsi giusti; anche a dispetto dei più. Si copre lo stesso spazio, insomma, di quando sei in torto e non puoi saperlo.
Non c’è da temere: qualcuno si incaricherà di ricordare qual è il tuo posto e non resta, quindi, che obbedire o reagire.
A meno che, come giustamente mi dici, non si sia disposti a raggiungere un altro punto di vista dal quale guardare noi stessi persino alla nuca.
… forse hai ragione: manca ancora qualcosa.
venerdì 24 ottobre 2008
Per risanare, qualunque contadino saprebbe dirlo, occorre togliere quel che è dannoso. Tra ciò che è dannoso e quel che è improduttivo una differenza di sicuro c’è e si deve prestare attenzione a quel che si va a togliere.
Qualcuno dovrebbe spiegarlo a questi economisti tanto parsimoniosi quanto scriteriati.
“Un progettista sa di aver raggiunto la perfezione non quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non c’è più nulla da eliminare”. Che se ne convincano: il pensiero di Antoine De Saint-Exupéry circa la perfezione, non ha alcuna attinenza con la privazione delle risorse.
lunedì 20 ottobre 2008
A che pensa il soldato dietro ai suoi occhiali scuri, al fucile puntato su un vago punto di quella terra dove gli scarponi non sembrano saper far altro che riempirsi di polvere o di fango?
Pensa alla Patria, ad essere strumento indispensabile di pace, a restare vivo, ad ammazzarne quanti più può, a far presto a tornare a casa, a quanto pesa dover indossare un giubbotto tutti i giorni, a fumare una sigaretta?
In quelle lenti potrebbe stare la risposta: quella terra, come su qualsiasi terra un soldato calpesta, non si possiede e, di certo, meno che mai si possiede chi ci vive sopra.
Succede che un piccolo paese, guidato da piccoli uomini con piccoli orizzonti, badi ai propri piccoli interessi senza riuscire a guardare oltre il proprio piccolo obiettivo che, manco a dirlo, è trascurabile ai più e dannoso a se stesso.