mercoledì 17 dicembre 2008


Le ascolto le parole, continuano a piovermi addosso e a cercare di uscire da dentro in un continuo rincorrersi, sia pure a diversa velocità; proprio come due lancette d’orologio che quando sembra si raggiungano, sono solo sovrapposte: correlate ed indifferenti.
Mi piacerebbe abituarmi al suono delle voci senza dover loro affidare alcun significato; essere lasciato libero di capire quel che mi piacerebbe e conviene.
Non sono così neanche i sogni, però. Anche loro sembrano mettersi in fila, nascondersi l’uno dietro l’altro per ingannare sul numero e sostanza.
Ci riescono fin troppo bene.
Qui, dove dovrebbe esserci della pelle capace di seguire con la sua sensibilità ogni carezza, insiste una crosta di colore scuro che sembra rugosa a prima vista, ma che si rivela liscia e sfuggente.
Sembra messa apposta lì per attirare le dita a scovarci al di sotto.
Sotto di sé tiene la parte di pelle offesa e ricostruita a fatica e non si deve aver fretta di sbarazzarsene, neanche se sembra irresistibile il richiamo a scoperchiarne la volta e, magari, vedere come si riaffaccia il dolore pungente ed il colore del sangue nuovo.
Il senso delle cose dette prende una piega diversa a seconda del tono; persino un nome può essere detto in modo diverso. Il mio, per esempio, non lo sento più da tanto tempo.