sabato 11 aprile 2009


Ho visto già i muri con gli spigoli addolciti dal bianco accecante della calce, le sbreccature che hanno contorni indefinibili di isole e continenti uniti tra loro dal medesimo colore.
Ho ancora la vista di foglie ingiallite dal calore di un sole che pretende che tutto, sotto di sé, assuma la tonalità rugginosa o, quanto meno, che si asciughi lo scorrere di linfe e umori quando già tra i contrafforti di rocce erti a difesa del vento salato la macchia resiste e s’impone mostrando, tra le spine, ciuffi di lana a resa di una lotta mai dichiarata.
Quanta distanza da qui.
Qui dove c’è un cielo al quale le nuvole non fanno difetto e, dove una vita non s’arrende al grigio che piove di tanto in tanto, dove ci si ingegna a ripetere i colori che, spontanei, trovi di rado mentre nell’aria, che dev’essere più densa di quanto ti aspetti, ci si propone l’un l’altro a voce bassa.
Una vita in punta di piedi nella città delle bambole che, di contro al luogo da cui provengo, non sembra chiedere altro che di essere compresa per quello che è.
Per conoscere distanza e differenza tra questo posto che parla lingue diverse, sentirò che dicono le ortiche.

martedì 7 aprile 2009


Sono tornato a guardarla girare: è la giostrina all’incrocio di larghi corridoi di un supermercato con le sue luci e i colori, la musichetta a coprire gli impatti di carrelli metallici e tutto quel che serve a farsi desiderare. C’è il cavallo, l’auto con due volanti appaiati, l’aeroplano e la tazza che gira e ci sono soprattutto loro: i bambini.
Quelli che sognano nella lingua dei piccoli e a cui bastano un po’ di luci, i suoni e di girare per tornare a guardare chi li vede da fermo.
Ci troverai certamente anche tu un senso più profondo osservando chi tra loro siede compunto e gira il volante senza fine nel verso giusto e chi, invece, sembra stizzirsi perché il percorso non può cambiare; certamente non ti sfuggirebbe chi ha in sorte di potersi sollevare, sia pure di poco, a fronte di quello che sulla moto non può far altro che suonare e suonare chiedendo un impossibile spazio per andare.
L’ho vista anche vuota, la giostrina. Con le sue lucine sempre ammiccanti e la musichetta pronta ad accompagnarti per un altro giro che, come pare sapere chi la manovra, non sarà mai uguale a nessun altro.
Mi pare di capire che sono i sogni dei bambini che non vanno mai a dormire e che hanno capacità di restare anche quando non c’è più nessuno e che, chissà, magari ti porti appresso senza neanche accorgerti più di quanto poco lontani ci si trovi adesso.
In questo adesso che diventa ieri così in fretta da costringerti a guardare avanti; verso un mondo che gira intorno al suo perno indifferentemente dalla voglia che si ha di guidare altrove, verso uno spazio che non c’è.