lunedì 21 settembre 2009


La fortuna delle comete è il loro avvicinarsi ad una stella; il loro tornare atteso quaggiù da tutti quegli occhi che si alzano a cercarla. La fortuna sta nelle storie che si sciolgono con la coda di vapore e polvere soffiata indietro dal respiro della stella; indicata tra saggi e stolti mischiati insieme perché ciascuno in segreto si chieda quale messaggio questa porti con sé.

Un messaggio dallo spazio profondo dove il freddo ferma il tempo e, perciò, un messaggio senza tempo è quel che ci si attende.

Se Dio volesse parlare, lo farebbe preceduto da una cometa. Così da mettere d’accordo tutti e ciascuno sull’eccezionalità dell’evento; per indicare agli uomini di scienza la spaventosa potenza del caos che risiede nell’indeterminatezza di eventi possibili; per affascinare chi non ha altro da dire se non: “Guarda anche tu”.

Una storia l’ha già raccontata nel suo avvicinarsi; in tutto il suo viaggio nato chissà dove e destinato a concludersi da qualche parte in uno qualunque degli anni a disposizione.

Lo spazio è così: confonde con le dimensioni dell’enorme quel che nel troppo piccolo nasconde come mistero.

La fortuna delle comete risiede quaggiù, proprio vicino a me e a te.

venerdì 18 settembre 2009


Nelle grandi cose si raccolgono le piccole e, in ciascuna di queste, proprio in ognuna, c’è la possibilità di un universo.

Quanto ho coscienza di questo … mi sembra davvero che il tempo speso per conoscere sia guadagnato.

Vorrei averne avuto di più e, per quel che mi resta, farò a meno di aspettarlo per non temerne la fine.

giovedì 17 settembre 2009


Quando capita che forme e colori finiscono per suggerire di sentimenti i cui contorni non sono ben chiari, ma che si distinguono tra tutti; che fanno star bene senza saperne il motivo e che, alla fine, ti scappa pure un sospiro; bene, allora, perché so che la bellezza è vicina.

Per quanto cerchi di ricordare la qualità di spicco, per quanto mi sforzi di concentrarmi sul motivo vero per cui una cosa è bella ed un’altra lo è meno; vado inevitabilmente incontro ad un “Non lo so” che chiude l’argomento. Eppure c’è chi di prospettive, simmetrie e proporzioni si occupa tutti i giorni: alla fine, però, il modello che ne esce, per quanto bello sia, finisce per essere passeggero, vacuo e, peggio, dimenticato.

Così finisce per esser vero che della bellezza sei tu, io, tutti noi gli artefici in un momento preciso: in quello in cui si guarda e si vede più di quanto realmente non ci sia e nessuno, proprio nessuno, ha di diritto la chiave per aprire e chiudere quei momenti.

La bellezza non si può donare e non si riceve; la si può solo vivere volta per volta e, di lei, resta poco meno di un’impronta che aiuta a riconoscere quella a venire.

mercoledì 16 settembre 2009


Il peso del denaro è influente sulla libertà: puoi spenderlo solo dov’è conosciuto e necessario e, allo stesso modo, il peso del bisogno tiene lontani dalla stessa, così che devi saper lasciare il peso necessario per avvicinarti quanto più ti è possibile.

Buona fortuna, amico mio.

martedì 15 settembre 2009


Non ci sono più tutte le falene dell’estate intorno alla lampada sulla porta. L’aria di pioggia se le è portate via lasciando le spoglie di quelle lusingate dalla luce innaturale a sporcare tutto intorno.

Resta sempre così poco quando svaniscono i colori brillanti; quei movimenti, che di certo avrebbero potuto essere più eleganti, non possono più essere richiamati se non dai ricordi confusi di adesso.

Le falene vivono di notte seguendo sentieri sconosciuti e schivando, con l’aiuto della fortuna, tutte le creature affamate che le attendono pazienti ed immobili.

È immobile anche la lampada e, di certo, non è in attesa di nessuno.

Anche la verità è immobile, a pensarci bene. Girarci intorno e tenerla ad un solo piccolo passo, giurando e spergiurando di volersi fondere in lei è quanto di meglio si possa fare.

Meglio conservare i colori, meglio continuare ad incedere con passi non sempre eleganti, meglio restare confusi nella penombra di sempre; così da sentirsi migliori, seppure uguali ai tanti.

Non tutte le falene, dopotutto, finiscono col bruciarsi.

lunedì 14 settembre 2009


Comunicare con messaggi in bottiglia, affidati al capriccio delle correnti e del vento? Sperare in un abbattimento della foschia per spingersi, almeno con lo sguardo, verso una costa lontana e appena abbozzata?

Non è necessario che mi si comprenda se posso comprendere a mia volta: è tempo di andare a provare quanto valgo, se valgo davvero qualcosa.

È pur sempre un viaggio: devo solo preparare il mio bagaglio che sarà, necessariamente, più leggero di quanto non creda.

domenica 13 settembre 2009


Questa giornata è fatta di tamburi giapponesi e di una danza primitiva ed avvincente da una parte; più avanti è un pizzicare di corde, due voci si posano sulle note carezzando l’anima; laggiù è colore sparso tra il verde e l’azzurro che si posa sui profumi che la terra sembra esalare solo per i più attenti. In questa mattina di molle vantaggio sull’ozio, trovo chi si compiace di ricordare muri sbreccati e portoni di legno antico. Questi dovrebbero essere ricordi miei, e non lo sono: immagini e suoni di un paese aggrappato alla terra che mi promette più di quanto possa mai mantenere.

Tra i fiori di malva respira tuttora ed io, semplicemente, non lo sapevo.

Ad ognuno dovrebbe essere riservato un ricordo che va a trovarsi tra mura e rumori sommessi; sui lastricati davanti ad ogni porta; dietro ai gerani che sbuffano dalle finestre e quelle insegne che sembrano fuori posto in un posto che non dovrebbe contare il suo tempo.

Un paese per ciascuno per conservare i ricordi, un ricordo per ciascuno per sentirsi a casa: è così che immagino la libertà.

sabato 12 settembre 2009


Cambiare prospettiva è un po’ come voler vedere il trucco con gli occhi del coniglio.


Diffidare anche dalla semplicità e, soprattutto, dalle soluzioni semplici. In questo periodo decadente per il mio Paese, la semplicità è chiamata in causa più e più volte per risolvere problemi che, invece, apparivano complessi e di tutt’altro spessore.

Non far sbarcare clandestini, mi dicono, risolve il problema dell’immigrazione.

Di pari valenza, temo, togliere di mezzo i senzatetto e i disadattati; fornire un’istruzione sommaria ed un’assistenza medica commisurata al censo.

Che dire; il richiamo alla semplicità rivolto ai sempliciotti ha di certo buone orecchie e pochi o nessun pensiero proprio tra queste.

venerdì 11 settembre 2009


Vorrei appartenere a quanti credono si possa ricominciare, dare una svolta alla propria vita, in un punto qualunque di essa; a tutti quelli che credono nella magia dei segni e a questi s’affidano certi che le combinazioni non avvengono per caso; a chi ha sentito una volta sola la vera voce del senso più profondo che trasforma la vita stessa in un disegno non conoscibile, ma ugualmente bellissimo.

Vorrei davvero essere tra coloro che si affidano fiduciosi: a loro e alla loro stessa spensierata gaiezza degli agnelli prima di pasqua; credere che salire più in alto mi avvicini alla luce, piuttosto che al buio più profondo e che tutto sia scritto già nel suo principio.

Quel che davvero vorrei, lo confesso, si è perso nel tempo ed è rimasto oltre una fila serrata di monti che fisicamente, più che idealmente, mi teneva distante abbastanza dal senso più profondo che mai abbia vissuto. A quel periodo, foss’anche per l’ultimo istante di questa bislacca vita, avrei da tornare pur sapendo, già da ora,quanta pena mi graverebbe sul petto.

A te, il cui nome si è inciso qua dentro, ho versato in questi anni l’aridità: alimentata fino ad adesso quale tributo, non dovuto, ma necessario e sacro … solo a me.

Vi guardo cercando di non vedervi mentre vi chiudete in un mondo migliore lasciando fuori, oltre me, chiunque altro non ne abbia parte: voi, amanti amati e l’un con l’altro intrisi di quell’affetto di cui avverto solo il superficiale tepore.

Pesa sul mio petto togliendomi parte di quel fiato che avrei a dedicare a chi m’ha voluto e, coscientemente e no, ancora mi vuol bene: gliene faccio torto e me ne vergogno.

Se solo trovassi il capo del filo sottile che ha creato questo nodo …

giovedì 10 settembre 2009


Non è chiesto a nessuno di progettare il futuro; non ai grandi che così sono per la limitatezza dei più; non ai forti che sembrano chiamati a misurarsi con tutti tranne se stessi. L’esigenza nasce e si rafforza ogni giorno, che si voglia oppure no, durante quei sogni nei quali ciascuno si dipinge addosso il colore desiderato.

Ebbene, nel mio sogno c’è il mio nome e l’abilità di comunicare non a tutti genericamente, ma a ciascuno volta per volta, quanto mi è capitato di vedere, ascoltare o, semplicemente ed inspiegabilmente, percepire.

Così come c’è il tempo dilatato per seguire sentieri misteriosi e dirti quanto tu ne sia parte unica ed irrinunciabile di quest’ universo e di come mi senta parte di questo proprio adesso, che il sogno diventa progetto e si stende il disegno già bello.

Spiace per chi volta le spalle ai sogni: che è un po’ come voler andare nella direzione opposta senza badare che tornare indietro è precluso, così come lo è arrestarsi più a lungo di un istante. Lasciar scorrere secondo il pendio ed affidare al filo di corrente più adatto, così come ho fatto tanto tempo fa, la fragile imbarcazione con la decorativa ed inutile vela a rinforzo immaginando una navigazione infinita.

Su ogni riva, di qualunque colore, si arenano i giocattoli, ma non pensiamo a questo: ora è il nostro tempo proprio come lo era ieri e come dev’esserlo domani.

È tempo di svegliarsi.

mercoledì 9 settembre 2009


Stavamo a guardarlo attraversare di continuo sulla stessa strada con le movenze affrettate di un antico clown. Per ogni sua partenza per il ciglio opposto, un sorriso aperto alla speranza; finendo in un moto di stizzita delusione ad ogni arrivo.

Ridevo insieme a loro del suo inutile avviarsi di qua e di là fino a quando non ho incrociato quegli occhi privi di stanchezza che m’interrogavano.

Così, comprendendo quel che aveva da dirci; molto al di là dei sorrisi o, peggio, dello scherno, andai ad accorgermi che la meraviglia di un punto di vista opposto è comparabile solo alla delusione dell’inconciliabilità tra due opposti.

Ho inghiottito l’ultimo sorriso e gli ho fatto cenno, come per dirgli: “Grazie”.

martedì 8 settembre 2009


“Tu chiudi gli occhi, mentre ti racconto una favola” … poi cominciava.

Tutto ciò che non puoi vedere, diventava reale e muoversi nella favola raccontata dalla voce pacata, era leggero e più facile che respirare. Come si è potuto perdere tanto valore per delegarlo ad un elettrodomestico?

Non farmi perdere il tempo, il mio tempo; ora voglio ascoltare la mia storia che comincia come tutte le storie inventate: “C’era una volta, tanto tempo fa …”.

Oggi sono sparite le voci, non le favole, per fortuna.

Alla notte posso ancora far combaciare una storia da inventare, come se qualcuno l’avesse scritta apposta per me ed è un peccato non aver nessuno con la pazienza d’ascoltare.

Aspetto il silenzio … ricomincerà il racconto e, quanto lo spero, riprenderà da dove si è interrotto.

lunedì 7 settembre 2009


Non potevo non notarli: cane e padrone uniti da un guinzaglio mai teso e dallo stesso sguardo senza più ambizioni. Che percorressero la stessa strada da chissà quanto tempo è stato chiaro quando, pur nell’incedere lento, ambedue hanno girato l’angolo venendomi incontro.

Non sono sicuro abbiano fatto caso al mio improvviso, inspiegabile interesse; non fino a quando, ormai vicinissimi, ho dovuto spostarmi un po’ per lasciarli passare.

Le scarpe sono quelle comode che non hanno mai avuto un periodo di fortunata moda, intaccate solo su un lato della suola e del tacco per la postura decennale. Tutto il vestire dell’uomo dice che è solo e che è lui stesso che bada a tenersi in ordine.

Sono soli tutti e due: abbandonati dai sogni che non li hanno traghettati mai verso l’altra sponda del futuro; sembrano aver coscienza di dove andare e, proprio in ragione di quest’ultima consapevolezza, hanno scelto l’andatura più lenta per arrivarci.

“Mi scusi” dico scansandomi senza smettere di cercare il suo sguardo.

Sembra annuire con i suoi occhi arrossati dai troppi giorni di luce e buio; le palpebre si abbassano quel tanto che basta perché lasci ad entrambi il passo.

Riprendono ad andare a memoria, uno vicino all’altro senza aspettare nient’altro che, forse, un altro giorno ed un'altra camminata sullo stesso percorso e, certamente, sperano di non lasciarsi: non ora.

Meglio non pensarci ed andare.

E’ tutto qui il futuro?

lunedì 10 agosto 2009


La superbia, fiato dei mediocri; l’ozio che afferra gli incapaci; la lussuria degli egoisti; l’ira degli intransigenti; la gola degli ingordi; l’invidia dei frustrati e l’avarizia di chi si preclude.

I sette vizi che accecano.

… sarà il caso di far scorta di carote.

sabato 25 luglio 2009


L’hai visto arrivare, l’alfiere nero, colpire dal suo quatto nascondiglio e portarti via la regina bianca in un soffio. Tutta la tua partita sconvolta da una distrazione, da un agguato portato da lontano; e neanche poi tanto, a ben guardare.

È bastato lasciare che i ricordi potessero essere presi per sconvolgerti la vita; è bastata quella distrazione per vederti assalire da lontano.

Che ti aspettavi, amico mio?

Quella solitudine alla quale ti eri affidato è ancora qui: più cupa e colpevole, se vuoi.

Un errore; uno e poi un altro ed ecco la partita che diventa una colpa da scontare per una vita durata troppo poco.

La sete che non si placa è una bocca amara che non sa parlare né tacere; è questo star qui a guardare il tempo che finisce dovendo curare di portare avanti la partita.

Buona sorte caro amico; anche se la partita è compromessa, anche se sembra sia perduta.

La tua vita è in ogni mossa già fatta e in tutte le altre da fare.

venerdì 10 luglio 2009



Se solo mi fossi stato più accorto a cogliere ciascun minuscolo segno; se solo avessi avuto capacità di comprenderne ciascuna sfumatura; se solo non avessi assunto come spiegazioni logiche quelle che i poeti continuano a raccontare in strofe; se solo avessi unito il mento al petto e non solo per guardare la punta dei piedi; se solo mi fossi lasciato scivolare al pari di chiunque altro per il piacere di sentire il vento in faccia …

Se solo non avessi speso il mio tempo per giocarlo su un tavolo disonesto …

Oh, sì. Ne avrei ancora di sogni da raccontare, avrei di che giocare con le dita sui tuoi capelli e tu saresti certamente qui, ora.

Non è mai fuori tempo immaginare: lo è fermarsi a farlo e basta.

giovedì 9 luglio 2009


Prossimo alla magia è quell’incanto che ti prende ogni volta che ascolti parole, che pure già conoscevi, ma dette in un modo speciale; che, quando guardi il colore distribuito, di ogni sfumatura riconosci quella che è più giusta; che ti prende e ti lasci portare da armonie chiedendoti perché non c’erano prima a tenerti compagnia.

Quello stato in cui ti riconosci davvero e di cui tieni nascosta la debolezza a chiunque; quasi che da quel segreto dipenda la tua stessa vita.

Eppure so che al mercato della “Sorte” è capitato, come spesso succede, di sentirti felice nonostante il prezzo richiesto sia sempre più alto di quanto chiunque possa pagare. Succede, pertanto, che ascoltando il prezzo preteso al più misero, che potresti agevolmente pagare, venga a raggrumarsi un’inutile cupidigia destinata a dissolversi non appena conoscerai il prezzo tuo che, inutile a dirsi, non sei in grado di coprire.

Nell’imprevedibilità, comunque, risiede quella magia senza perché che conquista i sogni; che toglie ogni peso e limite consentendo l’improbabile all’impossibile cambiando di posto alle cose senza che l’ordine delle stesse venga mutato.

Inspiegabile pensi?

Non più di un non credente che sa come parlare all’anima dell’universo; non diversamente dal comico buffo che sorridendo ha fatto sgorgare le tue lacrime e certamente come un vero sapiente sa giocare con le cose più serie sorprendendoti ancora.

Chiedere alla “Sorte” uno sconto per sé è inutile per chiunque, persino per chi credi sia stato baciato dalle labbra leggere della fortuna.

Anche a te è successo, anche a me: in questo dimenticare quel che si è ottenuto e, soprattutto, quel che si è, sta tutto il peso che solo un sogno riesce ad annullare, sia pure per poco, sia pure per niente.

mercoledì 8 luglio 2009


Dov’è che è più intenso il profumo del fiore che si va cercando scostandone i petali arricciati prima che la luce li distenda?

Dove vanno a finire tutti i domani che già oggi restano confusi gli uni sugli altri: gli indistinti ieri che furono oggi per un giorno soltanto?

E di quei passi affrettati, quei risultati da aggiungere ad un conto salato, quelle parole mandate a memoria; cos’altro sono nella foschia di un giorno tra tanti?

Domande che si sovrappongono senza aspettare risposte troppo serrate, troppo occupate a conservare la fragranza bambina che ho perso insieme ai “facciamo finta …” che erano i miei sogni più vivi.

Eravamo in tanti e nessuno ci ha contati uno per uno com’era giusto meritarsi; nessun altro si prenderà cura di cominciare adesso, che siamo solo una storia buona a raccontarsi per aprire la strada ai sogni a nessuno di noi; per quanto buono sia stato, nessun silenzio, per quanto profondo, potrà mai pareggiare la mortificazione che mi prende ogni volta che un innocente s’affida a chi lo sta perdendo per sempre.

Così voglio solleticarti di piacere diffondendo l’aroma di buone verdure in cucina.

Non che basti, ma dovevo pur difendere ciò che ho fatto.

martedì 7 luglio 2009


Dovrebbe essere facile comprendere se stessi e, se così non è, la ragione deve trovarsi qui intorno o, comunque, molto prossima a chiunque abbia a porsi la questione.

Però non riconosco la mia voce e, trovo strano persino rivedermi in qualche immagine senza saperne la storia.

Così m’incuriosisce questo bambino che sembra parlare ad una presenza a me ignota, vi si confronta e ci gioca proprio come ci si aspetta faccia.

Magari è solo per non sentirsi solo; per trovare coraggio nello spiegare a se stesso quanto è risibile aver paura, si burla del silenzio ed arriccia il naso prima di sorridere.

Trovavo strano tutto questo, ma da oggi, promesso, farò in modo che quelle voci che di tanto in tanto sembrano richiamarmi verso qualcosa non sempre importante, abbiano ascolto.

Sì, voglio stare a sentire quel che ha da dire l’incoscienza dei “senza calcolo” e smettere di prendere in giro chi vuol sentire il suo nome per sapersi ancora vivo.

Negli sguardi liquidi dove si sono sciolti giorni e giorni, ci aggiungerò il mio a breve e non vorrei fosse per niente.

lunedì 6 luglio 2009


Buongiorno e poche altre parole che non aggiungono né tolgono; buongiorno e un’impronta, che non è mia, resta a farmi compagnia.

Non era auspicabile niente di più nella luce attenuata del risveglio: niente c’è stato dopo il primo sorso d’acqua fresca.

Nient’altro, ma è quanto basta. Buongiorno ancora e … torna a trovarmi.

giovedì 18 giugno 2009


Di certo lo sai quel che resta di un bel sogno. Il risveglio è come se si aprisse d’improvviso una finestra così che l’inevitabile soffio improvviso, prende, stropiccia e disperde ogni cosa, ogni particolare del sogno, mentre a te non resta che cercare di prenderne quante più si possa per riordinarle; per riappropriarsi di una gioia intima che confinava quasi con la felicità.

Sembra di stringere tra le mani i contorni che poco fa erano pur vaghi ma riconosciuti; le vicende che mutavano e tu con loro senza doversi mai fermare a chiedere perché.

Eppure è già tempo di andare e quelle cose che non sei riuscito a raccontare neppure a te stesso, finiranno per svanire senza neppure lasciare la traccia propria di una bolla di sapone.

Resta davvero poco di un regalo improvviso e per ciò ancor più inatteso; di qualcosa che non fa ombra pur seguendo la tua; di ciò che ha avuto un valore solo per te con la sua storia dai tratti discontinui di cui conservi solo poche tracce.

Questo è il tuo regalo nonostante la compostezza o l’insofferenza che la tua maschera pretende per la sua interpretazione; questo è quel che ti compone, ti appartiene pur senza poter essere ceduto o condiviso se non in una piccola parte.

Tornerai a bussare incolpevole e impreparato al diniego, nonostante tutto il tempo che hai vissuto proprio come me adesso. Tutti in fila ad aspettare di riafferrare la coda di un aquilone che ha la consistenza del vapore ghiacciato di un aereo lontanissimo che riga il cielo per un tempo ora troppo lungo, ora così breve: in ambedue i casi senza alcuna importanza.

Alle maschere sbreccate alle quali ciascuno guarda senza considerare la propria, resta l’incerto ritorno ad un giro di danza intorno ad un fuoco che non si sa dove e quando sarà acceso.

È così bello saperti dormire: restare ad immaginare che dietro ad ogni respiro ci sia, intatto, ogni mutevolissimo particolare di cui puoi disporre per essere felice e che io, chissà quando e chissà come, potrei esserne parte.

Anche questo è un sogno, maschera mia; c’è tempo da vivere per tornare fin qui, dove il vento non è entrato ancora.

mercoledì 17 giugno 2009


Cos’è che attrae verso la lama perfetta; proprio vicino alla punta priva di sbavature ed al filo, leggermente arcuato, fatto apposta per affondare inesorabile e terribile nella tenera carne?

Brandire e fendere l’aria con lo sguardo tra il compiaciuto ed il sedotto; lasciarsi abbagliare dai riflessi dell’acciaio ed esserne rapiti tanto profondamente, da stupirsene ancora.

È l’anima stessa della passione che affiora, non appena la prima goccia di sangue bruno si libera della pelle e s’affaccia alla luce.

Già, la pelle.

Si indossa coprendola qua e là e si dimentica, per molto più tempo di quanto sia necessario, di come sia capace di percepire ora la ruvidezza, ora l’irreale ed impalpabile leggerezza che lascia una traccia, sia pure invisibile.

Bastava uno sguardo per compiacere; un cenno per saperla reagire in milioni di minute scosse senza farla sanguinare.

La seduzione ha i volti dell’eccesso nascosti nell’ordinario; in un percorso che va da uno a molti e, da loro, bada bene, verso quell’unico uno che sei tu e tu soltanto.

Sembrava impossibile, assurdo per quanto contraddittoria sia l’uniformità: essa è stravagante e per sua stessa natura nient’altro che la semplice somma di diversità, sia pur piccole.

Ed è perciò che torno a guardare dove lo sguardo si fa torbido per un istante ancora: ma tutto mio.