sabato 30 maggio 2009


Tu lo sai cos’è davvero il silenzio: è l’eloquenza intensa che restituisce valore ad ogni battito di ciglia; è quel che si oppone beffardo e sprezzante all’esigere consensi non badando ai mezzi; è il tempo in cui ci si incontra con se stessi e si trova pace; è l’ottava nota del pentagramma; è il niente da dare e dire per avarizia o ignoranza; è l’attesa che prelude a felicità o a qualsiasi altra emozione degna di attenzione; è aria senza percosse ed è quello che adesso ho da offrire.

Cerco dappertutto e già so che finirò per trovare traccia, e poi sostanza, nell’area dell’ovvio. Questo silenzio è il mio: tenerlo acceso non è solo questione di capacità, quanto di pudore.

Futilità è la ricerca di risposte nel silenzio o quella dell'inizio del nastro di Moebius.

martedì 26 maggio 2009


“Non c’è passato senza chi lo ricorda” sta scritto qui sopra, tra le cose che costruiscono il mio che non è da riconoscere, non è da riscrivere e neanche da mostrare a qualcuno perché ne abbia da imparare o, magari, per imparare qualcosa.

Ho abbandonato da tempo la smania di essere d’esempio tanto buono quanto cattivo: ad ognuno dovrebbe essere sufficiente la propria vita alla quale aggiungere, giusto di tanto in tanto, un pizzico di cultura che altro non è che il sapore che assumerà al suo termine.

L’amaro o il dolce, dunque, che altro non è che il prodotto di quel che si è scelto di prendere e, ti assicuro, ho badato a che fosse deciso; di qua o di là e non in precario equilibrio.

Che farmene dei consensi a cui sembrano tendere i più; come potrebbero darmi sapore se tolgono, anziché dare, se per ottenerne dovrei svendere o confinare la mia libertà di sbagliare e di rimproverarmi severamente quando e quanto mi è d’uso?

Punzecchio i miei difetti come un arrosto nel forno con il medesimo risultato; guardare come geme: il colore e la consistenza dell’interno.

Sotto ciascuna crosta ci puoi trovare, c’è da scommetterci sicuri, la sorprendente tenerezza che profuma per suo conto: proprio quella che sembra star lì solo per fare da sostegno al croccante sapore; ad esaltare l’esterno che, è sempre bene ricordare, non sarebbe com’è senza il suo cuore.

Sono quel che sono, dunque, grazie a questo passato che ricordo, sia pure a tratti slegati l’uno dall’altro; e non sono più tanto sicuro che abbia il valore che gli ho assegnato e che, per quanto mi impegni, non saprei coprire.

Sapendo questo, amico mio, ci aspetta una splendida giornata: è quanto basta sapere.

domenica 24 maggio 2009


Milano ha fretta di arrivare; lo si capisce da come si affretta, da come spinge insofferente l’uno verso l’altro; ha il tempo contato che, chissà come, è precipitato in città arrivando non si sa da dove. Milano è l’attesa ai semafori dove si impolvera la sua grandezza. Tutti in fila dove nessuno è mai stato più solo di adesso: nelle imprecazioni masticate in ogni dialetto con gli occhi stretti in rivalse che finiscono per ingorgare il sangue rendendolo più bruno. La pianura tutto intorno ne prende le distanze, lascia che Milano sia grumosa nel suo chiasso senza senso; si dispone a nutrire il grano da trebbiare di qui a poco senza lasciarsi distrarre dal suo urlarsi addosso.

Tutta quella frenesia, sommata l’una all’altra, non produce altro che un rallentarsi a vicenda, un allontanarsi che rende più difficile ogni contatto. Affari, svaghi, studi o mera ricerca di riposo in un vortice di frullatore che tutto muove mantenendolo al di sotto di un comune coperchio. La sventura di Milano morsicata qua e là; dopo aver perso la sua anima o averla dimenticata, chissà dove e quando.

Ti guarderò di lontano, al sicuro da quell’aria grigia, anche nei giorni di sole; quella polvere che ti tiene sotto di sé e baderò a ricordarmi cosa dice di te chi si è illuso, e ancora si illude, che miseria sia cosa diversa e lontana; che possa ancora essere curata per tornare ad essere quel che si dice fosse un tempo: tanto tempo fa.

giovedì 21 maggio 2009


Una reazione rabbiosa, nell’inerzia generalmente consegnata all’indifferenza, è notizia di questi giorni. Si è più indifferenti quanto più si è soli, mi hai detto nonostante ti rimproverassi l’isolamento dal quale esci così raramente.

Ci tieni a precisare che la somma di solitudini, specie in forma di folla, sono le più pericolose, le più crudeli e, se solo torno a guardare i cinegiornali di un tempo, devo convenire che è possibile tu abbia ragione.

Gli sguardi si abbassano, arretrano fino a trovare che nei propri passi ci sia tutto ciò di cui si ha bisogno; si reagisce alla solitudine chiudendo fuori chiunque altro.

Diverso è il viaggio che immaginavo: zigzagando qua e là fino a che non cascano le nuvole.

Evidentemente in questo Paese, le nuvole sono cadute di già.

martedì 19 maggio 2009


“Proteggici” si leggeva su uno dei cartelli del popolo in fuga dalla furia delle armi. Un’invocazione che, per esser letta, deve toccare la sensibilità e farla reagire, altrimenti è inutile: ha il valore della speranza remota come quella per i miracoli.

La notizia si è compiaciuta di mostrare la fuga di tanti vista dall’occhio beffardo del mirino di un’arma che scorreva senza decidersi chi e quando colpire. Del perché, già si sa, non ci si sofferma neppure on interessando nessuno.

Cos’è, dunque, questa fame di conoscenza?

Che sia la ricerca di un’oasi, di un giardino nel quale far cultura sorseggiando assenzio e discutendo di pimento, o l’intima soddisfazione di aver posto spazio tra sé ed il resto: questa conoscenza non serve.

Nello sguardo impaurito che invoca protezione c’è, di contro, l’assenza di rispetto o l’ignorare che, nella pace più quieta, si continua a combattere per sopravvivere in ogni più remoto angolo del nostro spazio.

Forse hai ragione a dire che non si dovrebbe approfondire: la carta su cui è scritta la poesia che mi ha toccato profondamente, è costata la vita all’albero ed a quelle minute creature che vi abitavano e, inoltre, che se è pur vero che il ribelle è colui che continua a dire no, stessa insofferenza dovrebbe toccare al conservatore intransigente.

Sì, l'equilibrio è difficile e non coincide con la giustizia.

lunedì 18 maggio 2009


Sono tornato a guardare tra i ciuffi d’erba dove, nell’oscurità della notte, si accendevano i richiami luminosi delle lucciole, ma sulle foglie di menta rimanevano solo i resti della rugiada e nessuna delle tracce di lotta certamente combattuta. La vita brulica qua e là nella costruzione imperterrita di se stessa, nel suo tramandarsi per occupare spazio e, inevitabilmente, si torna a pensare al cielo di stanotte e alle domande senza risposta.

La superficie satinata del mare è attraversata da striature lucide, come di carezze di panno sulla polvere e i grandi misteri dell’universo restano insoluti a fronte del desiderio di caffè: oggi, infatti, mentre milioni di Big Bang si lanciano l’uno addosso all’altro spume di stelle, si eleva su tutti l’indifferenza di chi vive il proprio universo nella propria progenie; tanto di giorno, quanto di notte.

domenica 17 maggio 2009


La musica del pifferaio di Hamelin conquistò topi e bambini. Questi ultimi, si dice, lo seguissero danzando fino alla montagna che conservò per sempre il loro segreto. Tra loro uno solo restò indietro: lo zoppo che, interrogato, non seppe raccontare quel che successe.

Uomini e topi.

Ho pensato a quell’unico sopravvissuto: doveva trattarsi di un taciturno.

Escluso dai giochi che impegnano alla corsa, deriso per quel suo avanzare stentato e tristemente solo anche quando la disgrazia si era dimenticata di lui.

Saper ascoltare i silenzi, come dici tu, non è facile neppure per chi quei silenzi produce; le voci nascoste sono sempre pronte a distrarti e a me, tu lo sai, quelle voci parlano ancora e, oggi, addirittura cantano sull’aria sconosciuta della musica di Hamelin.

giovedì 14 maggio 2009


È lontana Arlon da adesso, da qui. Se ne sta sotto le sue nuvole a spiare la pioggia che potrebbe bagnarla ancora e che, di certo, tornerà.

Qui c’è il sole ed il vento caldo e umido da sud che sostiene i gabbiani e spettina i pini; qui ci sono i vecchi nella piazza popolata dai piccioni, ad indicarsi l’un l’altro un punto imprecisato della strada ostile; qui ci sono rumori impazienti e i sorrisi sfottenti di chi non crede di dover andare da nessuna parte. Sono tornato qui senza trovare il posto che, a pensarci bene, non ho mai avuto davvero se non al riparo di una scogliera amara da cui filtra, sporadica, acqua sporca che nutre un verde illusorio.

Una fede incrollabile mi ha tenuto all’oscuro di quanto mondo ci fosse ancora al di là del mare, di quanta parte di questo orizzonte non è stato ancora visto e di quanti altri suoni ci siano da ascoltare.

La certezza si è scalfita poco a poco, sgretolandosi proprio come il cemento esposto alla salsedine; finendo per gemere lacrime brune di ruggine friabile.

Parlando una lingua che conosco appena ho letto la compassione in chi ci guarda da lontano: la spiegazione a quello scuotere le spalle alle belle giornate di sole, ai profumi poco alla volta soffocati dalla fretta di apparire quel che non siamo, al nostro essere sempre più soli e sempre più poveri e lontani da quel che credevamo essere.

Ed è davvero lontana Arlon e la sua promessa di pioggia che rallenta il tempo lasciando alle grandi chiocciole di essere padrone dei vialetti, le sue insegne discrete ad indicare dove trovare spiccioli di riparo e ristoro.

Guardo questo cielo e mi sorprendo a scuotere le spalle anch’io pure se qui sciamano ragazzini difficili da tenere insieme ed interessare a qualcosa per più di un minuto.

Cercherò di stare più attento ai profumi e a tenermi stretta la musica e le parole di cui conosco il significato, cercherò di tenermi stretto quel che resta di una fede ora impossibile da mantenere: lo farò certamente fino a quando non tornerò ad Arlon.

lunedì 11 maggio 2009


Stamattina già si sentivano i richiami da un lato all’altro della scogliera e la lagnanza rugginosa dell’altalena cadente . Pensavo a quanti occhi berranno la luce di oggi; a quanti, una volta finito il buio della notte chiuderanno l’ampio riflesso delle pupille lasciandosi scorrere addosso la pressione calda del giorno nuovo.

Me ne starei a respirare il vapore che si solleva dalla terra tra il brulicare di vita alla ricerca di cibo, e provarci a contare gli occhi che spiano dall’angolo del tetto e sì interrogano sulla potenza magica della produzione di suoni.

Torna ad essere speciale riprendersi questo particolare orario che conserva nei colori non ancora definiti il suo maggior valore: tra coloro che iniziano presto abituandosi a questa penombra che finirà per accendersi, in ogni piega, di un benefico buio.

Voglio esserci quando capiterà; mi racconterai il tuo ultimo sogno mentre il mio era già terminato da tempo e sarà come metterli in fila per una lunga teoria di soldatini troppo fragili e leggeri per resistere in piedi.

Era tanto tempo fa e nessun altro mi restituirà l’illusione che andavo cercando anche stamattina: quella del tempo che può tornare, sia pure per poco.

Niente torna a trovarci e la canzone rugginosa dell’altalena sta lì a spiegarlo ad ogni nota, ad ogni pausa; proprio sotto questo cielo dove le nuvole sono mani che sanno spiegare al vento come muovere le cose e farle sembrare vive.

sabato 9 maggio 2009


Oggi è il compleanno dell’Europa …

venerdì 8 maggio 2009


Questo è un gran bel viaggio, tutto sommato. La compagnia non è sempre piacevole, questo è vero, ma il senso di giustizia dovrebbe rendere a tutti noi la consapevolezza di non essere altrettanto gradevoli con tutti.
Tutti avanti, disordinatamente. Proprio come a far dispetto a chi vuol più tempo di quanto gliene sia concesso per capire da che parte andare e perché.
Ci sono rumori di passi ora soffici, ora con il tipico schiocco di tacchi che illudono sull’ampiezza della falcata, ma che di certo hanno il merito di farti guardare più lontano.
C’è il ciglio, dove pare resti confinato chi vuole o deve procedere con lentezza. Il confine, mai veramente certo, tra la strada e l’erba sporca di polvere dove si muove tutto ciò che è piccolo e a cui, proprio per questa ragione, non si presta sufficiente attenzione.
Di tanto in tanto può succedere, e succede, che l’aria sia smossa da quanti sembrano trovare nella velocità la ragione vera del progredire. Un soffio che toglie il fiato, che inonda d’acqua sporca quando ha piovuto o ancora piove, o, nell’aria rovente la rarefazione che asciuga gli occhi e i pensieri.
In questo procedere, a volte vociante e di certo mai veramente silenzioso, ho perso quanto di caro mi sarebbe stato concesso se solo avessi prestato sufficiente attenzione.
Chiederei una ragione anch’io di questo procedere e, per non deludere chi ancora crede, rivolgerò l’istanza ad uno sbuffo di nuvola.
Non temere amico mio; ho imparato la lezione e rivolgerò ogni altra domanda sottovoce per aver ragione se non sentirò risposta.

giovedì 7 maggio 2009


Non è mai molto distante la verità. Può essere nascosta, negata, ignorata e truccata in modo che sia difficile se non addirittura impossibile da riconoscere. Puoi star certo che non è molto lontana, anche se va detto, nessuno la conosce davvero.

Ciascuno ha di lei una percezione particolare: l’insieme sfugge.

È un valore assoluto che, come tale, nessuno ha diritto ad avere per sé.

Confiderò a me stesso, sottovoce come ho imparato di recente, quanto di vero c’è nel mio tacere di ogni dispiacere, sia esso lontano o vicino. Di ognuno, e per ciascuno, con una verità che il tempo dovrebbe sbiadire, se non può cancellare.

Per quanto si ripulisca e si riordini, un altro spazio sarà più sporco e più disordinato e, in questa globale inutilità, non resta molto altro che tenere accesa sufficiente luce per guardare più in là di quanto concesso.

lunedì 4 maggio 2009


Sono tornato.

Eccomi di nuovo nello stesso posto dal quale sono partito.

Posso starmene a guardare lo stesso orizzonte di un mese fa.

Fa bene allontanarsi … e fa altrettanto bene ritornare: si riesce a vedere ciò che non si pensava nemmeno esistesse. Quest’orizzonte, per esempio, è così chiaro oggi. La foschia confonde la linea decisa: la dissolve, per così dire.

Il mare è calmo come capita succeda in questo periodo; e lo sguardo può spaziare.

L’illusione di una libertà che impone mezzi per essere raggiunta.

Hai bisogno di una barca, del tempo buono, della forza per navigare e della sapienza di saper dove andare: tutto questo richiede il mare mentre a me manca sempre qualcosa.

Il desiderio di allontanarsi finisce per essere tradito, avvilito, sconfitto e, convinto di non essere altro che capriccio, ecco che diventa superbia.

Eppure stavo bene tra gente che senza conoscermi mi salutava senza badare allo stupore di sapermi straniero proprio qui, a casa mia, da dove sono partito per staccarmi dalla mia stessa pelle.

Ci tornerei tra quella gente che discute sottovoce e non nasconde, per questo, la passione.

Hanno ragione: quel che vale la pena di dire e sentire, non dev’essere necessariamente detto a voce alta.

Chi ha interesse, infatti, finirà per sentirti e, proprio perciò, è sempre meglio non disturbare chi non ascolterebbe ugualmente.

Ecco scritto il compito delle vacanze ed ora non mi resta che continuare a viaggiare … sottovoce ... verso una piantina di mughetto.