domenica 24 maggio 2009


Milano ha fretta di arrivare; lo si capisce da come si affretta, da come spinge insofferente l’uno verso l’altro; ha il tempo contato che, chissà come, è precipitato in città arrivando non si sa da dove. Milano è l’attesa ai semafori dove si impolvera la sua grandezza. Tutti in fila dove nessuno è mai stato più solo di adesso: nelle imprecazioni masticate in ogni dialetto con gli occhi stretti in rivalse che finiscono per ingorgare il sangue rendendolo più bruno. La pianura tutto intorno ne prende le distanze, lascia che Milano sia grumosa nel suo chiasso senza senso; si dispone a nutrire il grano da trebbiare di qui a poco senza lasciarsi distrarre dal suo urlarsi addosso.

Tutta quella frenesia, sommata l’una all’altra, non produce altro che un rallentarsi a vicenda, un allontanarsi che rende più difficile ogni contatto. Affari, svaghi, studi o mera ricerca di riposo in un vortice di frullatore che tutto muove mantenendolo al di sotto di un comune coperchio. La sventura di Milano morsicata qua e là; dopo aver perso la sua anima o averla dimenticata, chissà dove e quando.

Ti guarderò di lontano, al sicuro da quell’aria grigia, anche nei giorni di sole; quella polvere che ti tiene sotto di sé e baderò a ricordarmi cosa dice di te chi si è illuso, e ancora si illude, che miseria sia cosa diversa e lontana; che possa ancora essere curata per tornare ad essere quel che si dice fosse un tempo: tanto tempo fa.