martedì 19 maggio 2009


“Proteggici” si leggeva su uno dei cartelli del popolo in fuga dalla furia delle armi. Un’invocazione che, per esser letta, deve toccare la sensibilità e farla reagire, altrimenti è inutile: ha il valore della speranza remota come quella per i miracoli.

La notizia si è compiaciuta di mostrare la fuga di tanti vista dall’occhio beffardo del mirino di un’arma che scorreva senza decidersi chi e quando colpire. Del perché, già si sa, non ci si sofferma neppure on interessando nessuno.

Cos’è, dunque, questa fame di conoscenza?

Che sia la ricerca di un’oasi, di un giardino nel quale far cultura sorseggiando assenzio e discutendo di pimento, o l’intima soddisfazione di aver posto spazio tra sé ed il resto: questa conoscenza non serve.

Nello sguardo impaurito che invoca protezione c’è, di contro, l’assenza di rispetto o l’ignorare che, nella pace più quieta, si continua a combattere per sopravvivere in ogni più remoto angolo del nostro spazio.

Forse hai ragione a dire che non si dovrebbe approfondire: la carta su cui è scritta la poesia che mi ha toccato profondamente, è costata la vita all’albero ed a quelle minute creature che vi abitavano e, inoltre, che se è pur vero che il ribelle è colui che continua a dire no, stessa insofferenza dovrebbe toccare al conservatore intransigente.

Sì, l'equilibrio è difficile e non coincide con la giustizia.