giovedì 18 giugno 2009


Di certo lo sai quel che resta di un bel sogno. Il risveglio è come se si aprisse d’improvviso una finestra così che l’inevitabile soffio improvviso, prende, stropiccia e disperde ogni cosa, ogni particolare del sogno, mentre a te non resta che cercare di prenderne quante più si possa per riordinarle; per riappropriarsi di una gioia intima che confinava quasi con la felicità.

Sembra di stringere tra le mani i contorni che poco fa erano pur vaghi ma riconosciuti; le vicende che mutavano e tu con loro senza doversi mai fermare a chiedere perché.

Eppure è già tempo di andare e quelle cose che non sei riuscito a raccontare neppure a te stesso, finiranno per svanire senza neppure lasciare la traccia propria di una bolla di sapone.

Resta davvero poco di un regalo improvviso e per ciò ancor più inatteso; di qualcosa che non fa ombra pur seguendo la tua; di ciò che ha avuto un valore solo per te con la sua storia dai tratti discontinui di cui conservi solo poche tracce.

Questo è il tuo regalo nonostante la compostezza o l’insofferenza che la tua maschera pretende per la sua interpretazione; questo è quel che ti compone, ti appartiene pur senza poter essere ceduto o condiviso se non in una piccola parte.

Tornerai a bussare incolpevole e impreparato al diniego, nonostante tutto il tempo che hai vissuto proprio come me adesso. Tutti in fila ad aspettare di riafferrare la coda di un aquilone che ha la consistenza del vapore ghiacciato di un aereo lontanissimo che riga il cielo per un tempo ora troppo lungo, ora così breve: in ambedue i casi senza alcuna importanza.

Alle maschere sbreccate alle quali ciascuno guarda senza considerare la propria, resta l’incerto ritorno ad un giro di danza intorno ad un fuoco che non si sa dove e quando sarà acceso.

È così bello saperti dormire: restare ad immaginare che dietro ad ogni respiro ci sia, intatto, ogni mutevolissimo particolare di cui puoi disporre per essere felice e che io, chissà quando e chissà come, potrei esserne parte.

Anche questo è un sogno, maschera mia; c’è tempo da vivere per tornare fin qui, dove il vento non è entrato ancora.

mercoledì 17 giugno 2009


Cos’è che attrae verso la lama perfetta; proprio vicino alla punta priva di sbavature ed al filo, leggermente arcuato, fatto apposta per affondare inesorabile e terribile nella tenera carne?

Brandire e fendere l’aria con lo sguardo tra il compiaciuto ed il sedotto; lasciarsi abbagliare dai riflessi dell’acciaio ed esserne rapiti tanto profondamente, da stupirsene ancora.

È l’anima stessa della passione che affiora, non appena la prima goccia di sangue bruno si libera della pelle e s’affaccia alla luce.

Già, la pelle.

Si indossa coprendola qua e là e si dimentica, per molto più tempo di quanto sia necessario, di come sia capace di percepire ora la ruvidezza, ora l’irreale ed impalpabile leggerezza che lascia una traccia, sia pure invisibile.

Bastava uno sguardo per compiacere; un cenno per saperla reagire in milioni di minute scosse senza farla sanguinare.

La seduzione ha i volti dell’eccesso nascosti nell’ordinario; in un percorso che va da uno a molti e, da loro, bada bene, verso quell’unico uno che sei tu e tu soltanto.

Sembrava impossibile, assurdo per quanto contraddittoria sia l’uniformità: essa è stravagante e per sua stessa natura nient’altro che la semplice somma di diversità, sia pur piccole.

Ed è perciò che torno a guardare dove lo sguardo si fa torbido per un istante ancora: ma tutto mio.

martedì 16 giugno 2009


Spirito olimpico? Figuriamoci; ci si batte per la vittoria, per entrare nei libri di storia, anche se solo locale, marginale, effimera. Nella grandezza della vittoria si riconosce chiunque: lo spazio, d’altra parte, non difetta; tanto che vi trovano posto tutti i sentimenti compresi, si capisce, anche quelli più abietti accanto a quelli dichiaratamente nobili.

Nessuno, tranne i predestinati naturali, prende minimamente in conto la sconfitta. Chi è sconfitto è “sfigato”, “perdente” o, addirittura “nullità” secondo come sia dipinto dal vincitore di turno. Lo sconfitto non scrive la storia poiché la interpreta, sia pure da un punto di vista marginale: la sussurra, piuttosto che declamarla; la rinnega perché non può vantarsene e, in ultima analisi, finirà per suggerirne una alternativa e diversa che finirà per essere condivisa da ogni altro sconfitto come lui.

Che dire ancora delle sconfitte che tutti rinnegano e che, però, di tanto in tanto, ci trovano ad ingrassarne le fila?

Sì, sarebbe bello stare tra coloro che possono sbeffeggiare in eterno i deboli pur certi che la debolezza ha il pregio di attaccarsi a chiunque e non disdegnare proprio nessuno.

Delle sconfitte ne so abbastanza da essermene affezionato, da non saper rinunciare a nessuna di loro per seguire l’insegnamento che mi è stato impartito tanto, proprio tanto tempo fa: “Si impara solo dagli errori” ed io, a contarli tutti i miei errori, dovrei aver imparato abbastanza da riempire più di una vita intera.

Ne posso vivere una soltanto, lo so.

Pur senza riuscire a spiegarmi come possano esserci tanti vincitori e così pochi sconfitti, cercherò le mie risposte senza sapere da dove cominciare; proprio come sempre e partendo da qui: da un’isola angusta e molto spesso sommersa, ma mai abbastanza a lungo per essere cancellata.

Non ancora, almeno.

domenica 14 giugno 2009


Se mi fosse concesso di esprimere un desiderio, in questo preciso istante chiederei di essere in grado di scegliere sempre al meglio, di seguire l’istinto e trovarmi poi a pensare che quella di un tempo, o di adesso, è stata la cosa migliore potessi fare. I desideri fiabeschi, per quanto abbaglianti, non significano niente a confronto di buone scelte nella vita.

Guardarsi soddisfatti ogni giorno, per tutti i giorni a venire, non può essere che il meglio riservato a chi vive davvero.

Così l’attenzione si sposta ad altro; alla vita quotidiana, a quella sostanza invisibile che alla fine, resta attaccato ai bordi del bicchiere che hai bevuto senza neppure darti la pena di sorseggiare: il residuo … ciò che resta attaccato ai pensieri quando vai a dormire, quando hai la percezione di te stesso.

Nessuno ammetterà mai di desiderare con tutto se stesso cose ordinarie, benché non ci sia nient’altro in quel che si vuole davvero. I desideri di immortalità, di sottomissione al proprio piacere, di esenzione dai bisogni sono banalità, nient'altro che banalità di fiaba da narrare ai bambini per farli sognare. Chi vuole cose come queste è immobile dentro ed ancora non sa che quel che pensa come desiderabile, altro non è che la negazione della vita: è la sua forma cristallizzata.

Non ci sono geni della lampada in giro, per quanto ne so, mentre continuano ad esserci scelte da compiere e, per riuscire al meglio non devo far altro che smettere di chiedermi cosa voglio ed iniziare a capire cos’ho da dare: da dare davvero.

sabato 13 giugno 2009


Lo cerco anch’io il posto migliore del mondo senza sapere dove cercare. C’è chi pensa di trovarlo dove il sole è caldo tutto l’anno, tra la frutta più dolce sempre a portata di mano, con la natura che sussurra piano il tuo nome e gente che sembra volerti solo bene. Un luogo dall’altra parte del mondo; perché ogni posto da sogno è di certo lontanissimo: tanto più desiderabile quanto più è irraggiungibile.

Eppure ho la sensazione di aver visto parti di quel luogo vicino ad una vasca di pesci rossi, nella stalla in penombra tra cuccioli di coniglio, al di là di una strada che conduceva ad una casa e pure là, dove qualcuno mi ha voluto bene.

Continuare a cercare senza speranza di riconoscere quel posto, dal momento che nessuno conosce quello che gli è destinato. Cercare, seguendo la saggezza che mi farà portare solo il necessario e che credo sia il peso minore.

A guardarti negli occhi, lo so, ci troverei la mia stessa risposta e, al momento, mi va solo una birra.


Dormono ancora i bambini che hanno giocato fino a tardi e i gatti sono già fuori a fiutare quel che la notte ha lasciato tra i fili d’erba umidi; una nuvola di moscerini ha scelto la sommità di un ramo per sciamare tutto intorno ed il sole resterà nascosto ancora a lungo dietro le nuvole spesse di oggi.

Le luci possono spegnersi e le voci tornare ad alzarsi pur senza spiegare nessuna delle inflessioni di silenzio che risultano uguali ovunque seppure ciascuna è diversa per senso.

È solo uno dei giorni che chiude una settimana: una spiegazione che va bene ai distratti, ma che lascia intatta la coscienza che niente si chiude mai davvero e, d’altra parte, niente si apre; probabilmente tutto gira intorno ad un perno, proprio come porte girevoli e puoi pensare benissimo che quel centro sia in qualche modo riconducibile alla raffigurazione dell’uomo che spezza il pane tra gli amici.

Poi, magari, senti l’amaro che le parole sanno lasciare e, tra queste, quelle di chi dovrebbe o potrebbe conoscerti meglio.

Ma non è il caso di giudicare nessuno e così mi prendo il “buongiorno” che nessuno ha pronunciato e mi lascio condurre su questa strada in salita con la certezza che, ripercorsa al contrario, sarà inevitabilmente in discesa.

Ci vuole davvero poco per scacciare un’umida malinconia e presto la musica, che adesso bussa fastidiosamente, accompagnerà una voglia tutta diversa.

C’è così tanto tempo da spendere ed il vantaggio di non doverlo avere messo da parte. Anche il tempo, a pensarci bene, è una placida porta girevole.

venerdì 12 giugno 2009


C’è senz’altro chi pensa di sé tutto il bene possibile; con tanta determinazione e forza da coinvolgere nel proprio delirio anche le persone che gli stanno attorno. La Storia, del resto, non ha fatto che elencare tentativi più o meno goffi di assegnare ora a questo, ora a quello, l’aurea di semidio tra i mortali.

Nella diversità di ciascuno si nasconde un confuso desiderio di uniformità; il senso di appartenenza, spinto dalla consapevolezza della propria unicità, lega gli uni agli altri non escludendo affatto, peraltro, di prendere qualcuno a modello, pure se spesso si va rivendicando per sé, nel segreto più profondo, una screziatura di pregio assoluto, qualcuno da elevare a modello tanto più irraggiungibile quanto più ambito.

Dovrei lasciar perdere argomenti di questo genere: a ciascuno basta la conoscenza di sé, per quanto ne so e, se proprio si è voluta premiare la propria generosità, anche di coloro che sembrano disposti ad adulare.

“Dimmi ciò che mi farà innamorare di me e ti guarderò con amore”.

mercoledì 10 giugno 2009


Il pitocco è, per definizione, il timoroso mendicante, quello che guarda da sotto in su e non insiste a puntare gli occhi addosso a nessuno, quello che parlotta con i gorgoglii del suo stomaco e che non conta neanche più le sue croste.

È quella presenza ingombrante, benché se ne stia preferibilmente in angoli lontani, è l’indisponente silenzio nel quale sembra poter richiamare chiunque con il suo solo affacciarsi alla luce.

Meglio cambiare strada o, ancor meglio, che la cambi lui: che torni a casa sua!

Il comizio si è appena concluso ed il pugno agitato per aria ha gonfiato i petti di feroce difesa del suolo patrio: che tornino a casa loro, i pitocchi, lontano da strade e città.

Al di là di ogni pugno agitato per aria, però, c’è innegabile la verità che il pitocco non ha casa o, per meglio dire, non può distinguere il suo posto che, qui come altrove, è quel che resta al di là di ogni parco, di ogni recintata proprietà: al limitare della zona impervia di stecchi e lamiere, prossimo alle pozze stagnanti. Il pitocco esiste perché ciascun miserabile può beneficiarlo di elemosina, anche se, molto spesso, in cambio pretenderà ora il suo corpo, ora la sua anima o, magari, tutte e due le cose insieme.

Al pitocco non puoi chiedere del senso della vita: il gorgoglio del suo stomaco ti avrebbe già risposto e non puoi proporgli cultura e gusto del bello quando ogni sapore ha lo stesso sapore.

Ma sì, che tornino a casa loro e al diavolo se quel posto da dove vengono l’abbiamo comprato anni fa per due centesimi; si fanno sempre ottimi affari con gli affamati.

lunedì 8 giugno 2009


Non ci si può lagnare di sentirsi o, peggio, essere soli davvero, specie dopo aver impiegato tanto tempo e risorse per costruirsi un po’ più egoisti: chiudere la porta non vuol dire solo tener fuori gli altri.

Che importa poi se si pensa che ciò che c’è in casa propria possa essere sufficiente a passarci una vita intera?

La differenza, molto probabilmente, la fa il soggetto che quella porta chiude: un conto, cioè, è chiudersi per propria scelta ed un’altra che sia un estraneo a farlo.

Vero, mi viene da sorridere e non dovrei: io, ad esempio, interpreto ambedue i ruoli e nessuno di questi mi piace davvero.

Certo che si fatica molto meno a badare solo a se stessi.

Le macchine, comprese tv e computer, non bastano a superare l’impoverimento che deriva dallo star soli; e c’è chi giura che neppure Dio avrebbe senso ad essere solo nell’universo.

Questo, insomma, è un altro dei problemi che si somma ai tanti che già aspettano di là per essere risolti o, quanto meno, limitati.

Nella bella storia che ho sentito ieri, la delusione profonda aveva fatto pregare perché il cuore rimasto solo potesse continuare a vagare nel cielo. Preghiera accolta dall’indifferenza del tempo che si compiacque di renderlo oscuro di notte perché nessuna stella potesse mai illuminarlo di nuovo.

L’indifferenza non appartiene solo al tempo: nella civiltà, che dopo aver sancito il riconoscimento dei diritti dell’uomo, abolito la schiavitù, messo al bando il razzismo ed elevato a pari dignità ogni credenza trascendentale, torna a prendere corpo l’antica malattia che soggiogò l’uomo di Neanderthal fino a farlo scomparire.

L’indifferenza non è mai sola: vi si accompagna proporzionalmente la crudeltà e, dato che questo è indubbiamente vero, preferisco far parte di chi è destinato a scomparire.

Lascio la nobiltà vincente alle commedie cinematografiche, ai testi che si richiamano a leggi divine ed alle enunciazioni di speculazione filosofica; a me basta trovare e riconoscere un sorriso tra chi ho offeso: per chiedere scusa ed offrire quel niente che sono, e che ho, a parziale compenso.

venerdì 5 giugno 2009


Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza.

… ed i confini di quest’isola, già così angusta malgrado l’indolenza travestita da nobiltà, diventano ancora più angusti.

Tutto quel mondo che la Rete riesce a mostrare, non è che una piccola parte di quel che davvero dev’esserci e che solo la vastità della mia ignoranza tiene ancora così distante.

Voglio impegnarmi per non dover star qui a chiedermi come si possa plaudire il giullare del Re e tutta la sua compagnia festaiola e mondana; come possa essere possibile che noi, figli degli artigiani di pregio, siamo ridotti ad esprimere meraviglia per la produzione di paccottiglia di plastica.

Voglio smettere di invidiare tutti quelli che non capiscono un popolo senza nazione.

Voglio sentire d’appartenere ad un progetto che vede nei figli, in tutti i figli, il proprio passaggio qui.

Questa Europa è solo il primo passo.

… di certo non è sufficiente un cicisbeo incipriato ad ingannarmi.