lunedì 8 giugno 2009


Non ci si può lagnare di sentirsi o, peggio, essere soli davvero, specie dopo aver impiegato tanto tempo e risorse per costruirsi un po’ più egoisti: chiudere la porta non vuol dire solo tener fuori gli altri.

Che importa poi se si pensa che ciò che c’è in casa propria possa essere sufficiente a passarci una vita intera?

La differenza, molto probabilmente, la fa il soggetto che quella porta chiude: un conto, cioè, è chiudersi per propria scelta ed un’altra che sia un estraneo a farlo.

Vero, mi viene da sorridere e non dovrei: io, ad esempio, interpreto ambedue i ruoli e nessuno di questi mi piace davvero.

Certo che si fatica molto meno a badare solo a se stessi.

Le macchine, comprese tv e computer, non bastano a superare l’impoverimento che deriva dallo star soli; e c’è chi giura che neppure Dio avrebbe senso ad essere solo nell’universo.

Questo, insomma, è un altro dei problemi che si somma ai tanti che già aspettano di là per essere risolti o, quanto meno, limitati.

Nella bella storia che ho sentito ieri, la delusione profonda aveva fatto pregare perché il cuore rimasto solo potesse continuare a vagare nel cielo. Preghiera accolta dall’indifferenza del tempo che si compiacque di renderlo oscuro di notte perché nessuna stella potesse mai illuminarlo di nuovo.

L’indifferenza non appartiene solo al tempo: nella civiltà, che dopo aver sancito il riconoscimento dei diritti dell’uomo, abolito la schiavitù, messo al bando il razzismo ed elevato a pari dignità ogni credenza trascendentale, torna a prendere corpo l’antica malattia che soggiogò l’uomo di Neanderthal fino a farlo scomparire.

L’indifferenza non è mai sola: vi si accompagna proporzionalmente la crudeltà e, dato che questo è indubbiamente vero, preferisco far parte di chi è destinato a scomparire.

Lascio la nobiltà vincente alle commedie cinematografiche, ai testi che si richiamano a leggi divine ed alle enunciazioni di speculazione filosofica; a me basta trovare e riconoscere un sorriso tra chi ho offeso: per chiedere scusa ed offrire quel niente che sono, e che ho, a parziale compenso.