venerdì 30 maggio 2008

Come chiunque, vorrei giocare una seconda volta la stessa partita; ricordare uno ad uno tutti gli errori e superare ogni ostacolo.
È un sogno: la Storia non si riesce a beffare.
A nessuno può essere concessa una seconda, identica occasione tranne, credo, a chi non ha memoria; e, in questo caso, l’occasione diventa una crudele condanna.
A pensarci bene la memoria è un dono di cui dimostrarsi all’altezza: coltivarla e trasmetterla insieme a quel che di questo passaggio si è capito senza badare a quanti e a chi si riversa.
La memoria non si preoccupa di piacere; alberga in ciascuno e, la scienza lo dice, spesso rimuove le parti più dolorose: le copre avvolgendole in un bozzolo.
A volte i silenzi sono quelle pause necessarie per scavare dentro la memoria; andare a confrontare ricordi antichi per modellarne esperienze. In quei momenti gli occhi oltrepassano ciò che si vede e persino le parole sfuggono alla comprensione di chi ascolta.
Non è sempre così, naturalmente. Ho conosciuto chi restava in silenzio perché non aveva niente da dire e nessuna volontà di farlo sapere: un mirabile esempio da seguire.

giovedì 29 maggio 2008

La Storia che scrivono i vincitori serve a celebrare. Dev’essere per questo che non insegna niente.

mercoledì 28 maggio 2008

Sarà un significativo passo avanti quando saprò apprezzare quel che già ho, piuttosto che affliggermi per quel che manca e, soprattutto, quando a quel che ho, riuscirò ad assegnare il valore quasi mi mancasse.

martedì 27 maggio 2008

“L’ho accompagnato io per un lungo tratto” mi dice cercandomi gli occhi e rivelandomi di come Egli sapesse dire cose come nessuno aveva mai fatto prima e vedere ciò che solo con molta attenzione, e dopo che è stata indicata più volte, anche gli altri vedono.
Trovo fastidioso il suo entusiasmo e cerco di scrollarmelo di dosso senza dare a vedere la contrarietà che mi morde da dentro. Annuisco distrattamente fino a che capisco che sta coinvolgendomi: una comparazione ammirata.
Vanità m’impone attenzione e, pressoché all’istante, mi appare aggraziato ed interessante.
Lontano il fastidio della sua voce che non è così stridula come sembrava e neanche quel suo girarmi intorno è poi così ridicolo.
Lascerò solo molto più tardi che decanti la lusinga e quel che resta è di dover compiangere colui o, per meglio dire coloro, che andava lodando: gente distinta per il modo autonomo di procedere, lontana ed in qualche modo eccezionale per aver avuto coraggio di lasciare la strada e procedere sul ciglio e più oltre, senza alcun timore. Compreso, quindi, quello di restare miseramente soli.
Scopro che, da dove sono e procedo, non vedo la strada su cui si muovono i miei famosi “compagni di viaggio” che, per mera comodità, o solo per orgogliosa vanità, ho immaginato si muovessero al comodo di una strada ben lastricata.
Ciascuno, si potrebbe ragionevolmente pensare, si muove nelle stesse condizioni amareggiandosi per dover versare un tributo di fatica più gravosa.
Avrei dovuto caricare altra consapevolezza, invece di lasciarmi suggestionare dalle lusinghe: il mio procedere non sarebbe stato più spedito, ma, questo è certo, meno distratto.

domenica 25 maggio 2008

È commovente l’apprensione di quanti denunciano i pericoli dei minori ignorando, o ben fingendo, che i piccoli emulano i grandi e, nel loro piccolo, solo con l’esperienza riescono ad eguagliare o superare i maestri.

sabato 24 maggio 2008

Appena sotto la superficie c’è la danza silenziosa delle meduse. Sono orlate di lilla, aggraziate ed indifferenti, come modelle sulla passerella, sfilano e lasciano ondeggiare le frange sottili.
Nei ricordi arriva la sferzata bruciante che sa lasciare sulla pelle una lunga striscia sanguigna e proprio non si riesce a condannare chi le lascia a seccare al sole.
Nessuno che voglia considerare che non può esserci malvagità senza occhi per vedere, senza forza per dirigersi dove si vorrebbe andare, praticamente senza altra sostanza se non la stessa nella quale sono immerse?
Vorrei ascoltassi questo silenzio con me e che riuscissi ad indicarmi quanta parte sta nell'indifferenza e quanta nell’inconfessata e stupida vendetta.
Te ne sarei grato: questo silenzio avrebbe un senso.

venerdì 23 maggio 2008

Questo viso così bello, abbozzato nella pietra, è stato cavato da un sasso sul quale, si dice, lo scultore ha rischiato di inciampare e cadere.
Il suo scalpello ha inciso una fisionomia; ha costretto, per tutto il tempo in cui quell’opera avrà ragione di essere riconosciuta, ad esserlo come appartenente all’uomo che ha saputo cavarne e creare un senso tutto nuovo e diverso.
Eppure, riflettendoci, un senso quel sasso l’aveva: lo stesso di ciascuna cosa prodotta dal caso, per esempio.
Sarebbe bastata un po’ più di disattenzione ed il grande scultore avrebbe potuto perdere per sempre la sua arte divina cadendo malamente; sarebbe stata sufficiente un po’ più d’attenzione e l’ostacolo contro cui il piede dell’artista ha cozzato, si sarebbe posato al sicuro più avanti.
Qui, invece, si parla ancora dell’opera che ha sottratto, fino ad annullarla, la ruvidezza ad una semplice pietra per convertirla in una forma morbida: adatta a catturare la luce, incanalarla lungo i solchi scolpiti a mimare la vita ed infonderla in una materia così diversa per consistenza e calore.
Quella pietra appartiene da sempre ad un mondo diverso: sottratta al regno delle pietre per essere consegnata, da allora e per
il resto del tempo, a quello dell’ammirazione.
Un po’ come succede ai figli che vengono sottratti alla brutalità casuale di una natura beffarda, indifferente e crudele, per essere plasmati dal nutrimento e dall’educazione.
“Ti voglio diverso e ti cambio”.
Togliendoti quel che era tuo per infonderti quel che di mio conviene tu contenga per piacermi.
Una proiezione di sé: in quel che, per piacerci, deve somigliarci tanto più intimamente da sbigottire e far restare ammirato chi guarda.
Così l’uomo dagli occhi di buio, quello che ha scolpito la pietra sulla quale ha rischiato di inciampare, è lo stesso di cui ci si contende le opere: tanto più ferocemente per il suo averci lasciato intravedere quanto di grandioso sapeva contenere dentro di sé.
Per chiunque parli di amare quel che vorrebbe diverso; che magari l’ottenga insistendo con sapienti colpi adatti a smussare, puoi star certo che ama se stesso.
È pur sempre amore, lo so. Tanto diverso dal trasporto ammirato per quel che di nuovo si ottiene fondendosi, tanto più compreso e perseguito: così tanto lontano dall’originario.

giovedì 22 maggio 2008

C’erano bagliori di lucciole tra le erbe: un accendersi senza rumore per richiamare l’attenzione e finire per incontrarsi.
Ce ne fossero altrettanti, di bagliori capaci di imporre interesse sulle periferie del mondo, non si tratterebbe solo di un lodevole fastidio, anche se, c’è da credere, il lampeggiare avrebbe natura così frequente da risultare un’unica luce.
L’ombra è figlia della luce: come di un ritorno allo stato originario del padre Buio; ma non certo ragione sufficiente a lasciare che le cose giacciano andando ad incrementare la “ragione del torbido”.

mercoledì 21 maggio 2008

Perché mi sento di vivere nello stretto spazio tra il centro, dove si decide anche la nascita del giorno corrente, e quest’altro che incute timore e da cui starei più lontano se solo mi lasciasse partire?
Quanti sono quelli come me?
La sento, quella voce; insiste ad incitarmi; mi suggerisce di continuo il desiderio di cose da mostrare a chi non le ha, o non ancora perlomeno.
Mi basterebbe ascoltare … farlo davvero.

martedì 20 maggio 2008

Ammettiamolo; è più facile sentire un intero esercito come “nemico” piuttosto che un singolo soldato che ti passa accanto.
La paura e l’odio si sviluppano insieme nutrendosi della distanza da te che osservi.
Non resta che sentirsi più vicini fino a rischiare solidarietà e farla finita con la storia che “discriminare” è il prodotto di un giudizio sereno. Discriminare, in questo senso, è come avviare un discorso partendo dall’ovvio per giungere al grottesco.

lunedì 19 maggio 2008

Se chi vuole mostrare la bellezza guarda più allo spettatore che all’opera, è se stesso che sta vendendo.

domenica 18 maggio 2008

Un uomo tanto rozzo quanto arrogante sta parlando irridendo al buon senso, alla buona educazione e all’equilibrio, sospinto, come ama ricordare, dalla forza dei numeri del consenso che lo vuole come campione a difesa di un’identità nazionale dalle incerte radici.
Matrigna è la Storia che non ha saputo insegnare che non sono i numeri, nemmeno quelli più grandi, a piegarla: solo gli sciocchi continuano a crederci confidando si possa misurare la forza dall’altezza del volume delle grida.
Però è vero: egli rappresenta il ventre molle di questo bislacco Paese di cui incarna le paure.
Mi pare tanto ridicolo parlare di stranieri in una piccola porzione di un piccolo pianeta disperso nel freddo più cupo.
È a seconda del punto di vista dell’uno rispetto all’altro che si distingue il nano dal gigante.

sabato 17 maggio 2008

Ora che i ricordi sono così tanti, poterne scegliere uno diventa più difficile quasi che si avverta il timore di rendere un torto agli altri che se ne stanno lì, con la medesima dignità del prescelto.
Se tu mi chiedi perché sto tacendo, perché lo sguardo si appunta senza vedere, ti saprò dire che è la tua voce che sto ascoltando.
Proprio come quando era ancora in uso di raccontare delle storie e, come succede ancora in quei posti remoti dove le immagini non ci sono e le parole continuano ad avere così tanta importanza,si trovano ancora occhi attenti e un po' persi.
Le parole ed il tono insieme a condurti in un luogo tutto tuo, dove ti riconosci davvero; dove ritrovi il mondo amico, quando prendi a leggere per conto tuo.
Lo confesso; mi piace ascoltare e raccontare quel che ho sentito solo dopo averlo capito. A modo mio, come sempre.
Ricreare le suggestioni che ho vissuto ascoltando; immaginando che nuovi colori vadano ad aggiungersi a quelli che mi è sembrato di vedere mentre stavo incantato ad ascoltare.
Trovare che è bellissimo stare insieme.
Parlami ancora, ti ascolto.

venerdì 16 maggio 2008

Basta un po’ di vento e le foglie mostrano il diverso colore delle loro facce come se una mano le impastasse a dovere; dita che premono su uno strumento per le diverse note del bosco.
È tutto un richiamo, un cercarsi più forte del desiderio di nascondersi e sfuggire agli agguati; un offrirsi al giudizio incolore dell’indifferenza per i fiori di ginestra che sovrasta il punteggiare dei papaveri tra le erbe.
Tutta una vita che continua ad aver forza di restare, di rincorrere tutti i desideri guardando sbadata al diverso tempo degli altri.
Un po’ come nelle strade quando accanto a chi è pronto a scattare per occupare lo spazio più avanti, c’è immancabile chi, non avendo premure, vorrebbe solo non essere travolto.
Per quanto presto si possa arrivare, è possibile trovare chi è arrivato un po’ prima; annoiato per tanta sollecitudine, vorrebbe solo non aver speso la sua fatica per niente o per troppo poco.
Nonostante tutto il silenzio subìto, non è detto che ha modo di apprezzare il profondo respiro del bosco o il disegno di foglie scomposte.
E se ci accordassimo sulla cadenza dei passi per rendere più piacevole il viaggio?
Potrei starti a sentire o aver voglia solo di indovinare il prossimo argomento da evitare; potrei condividere quel piacere di rallentare, che non vuol certo dire fermarsi, procedere ancora per chissà quanto.
C’è vita diversa anche nella città più taccagna: non sarebbe male starla a guardare di tanto in tanto.

giovedì 15 maggio 2008

Non sono sicuro di volere che di me si dica: “ Non aveva niente di originale da dire, ma lo sapeva esprimere come pochi”.
Questo sembra essere un concetto arbitrariamente contraddittorio, che pure un suo rilievo l’avrebbe, anche se, dal confronto con “Aveva un mondo nascosto dentro di sé che non sapeva indicare”, non si esce comunque bene.
Un generico “Quel che aveva da dire, lo rendeva chiaro” sarebbe senz’altro più confortevole e godibile ma, in un mondo dove ciascuno ha fretta di soddisfare se stesso, appare difficile catturare l’attenzione tranne quella di sfaccendati e critici per vocazione.
Per cui, non se ne abbia a male nessuno: ascolterò, con la medesima attenzione con la quale nel buio più profondo si segue il bagliore intermittente di una lucciola su una siepe, quel che sembra essere originale, anche se, già so, non mi spiacerà affatto una lusinga.

mercoledì 14 maggio 2008

La verità saprò riconoscerla: è quella che fa più male da qualunque parte arrivi.

martedì 13 maggio 2008

Lo so cosa trova la verità quando arriva, quando arriva davvero e ti spinge il vento in faccia.
Te ne stavi ad aspettarla nel tuo equilibrio, appoggiato su uno spazio, che non è detto rimanga tale anche dopo; con la tua sfida della quale senti l’inutilità; con quel bussarti sul collo e le tempie che ti fornisce l’unica certezza della scarsa resistenza: la tua.
Eppure non si fa altro che sollecitarla la verità.
La si esige soprattutto dagli altri, dando per scontato di conoscere la propria, sperando che abbia a leggersi con le stesse parole che vorremmo sentirci dire, anche se, può accadere amico mio, invece che nelle parole, la verità la trovi negli spazi di silenzio tra una parola ed un’altra.
Io lo so cosa trova la verità perché sono qui da un pezzo a conoscere e riconoscere le impronte che lascio; sono proprio io quello che è diventato altro mentre aspettavo; sono io nel richiamo alla realtà dell’ora, di questo momento, mentre quelle ragazze con l’orgoglio sfacciato dei loro corpi giovani e bellissimi, sorridono lasciandomi al mio tempo trascorso qui ad aspettare sfogliando senza neanche vederlo, un anonimo giornale.
Ero qui da prima e non posso neanche vantarne il diritto. Ci starò fin che posso: fino a che una realtà più sfacciata e risoluta non mi caccerà senza riguardo cancellando ogni impronta senza neanche il disturbo di un’alzata di spalle.
Lo so come ti senti, amico mio e di come respiri il tuo fiato a sorsi brevi per non soffocare.
Tu come tutti; come chiunque al quale hai offerto la tua verità badando a non soffocarla più del necessario perché, quanto più esce, tanto più è capace di essere cinica e tagliente e tu, più di chiunque, ne conosci il doloroso effetto.
Ti sarò vicino, amico mio, e, anche se questa non è detto sia la verità. Saprò immaginare cosa senti guardandoti reagire; osservando il tuo cercare di sorridere che apparirà molto diverso da quel che volevi.
È per questo che so cosa trova la verità quando arriva davvero e starmene zitto ad ascoltare è il meno che possa fare.
Conosco quel che trova perché ormai ti conosco e, soprattutto, perché riconosco attraverso te chiunque altro quando l’aspetta e già so che cosa lascia più tardi.
Quel sapore che somiglia così tanto a quello delle lacrime. Si sa, quando la verità arriva, difficilmente viene a portarti le parole che vorresti.
Così si tratta di assorbirne fino in fondo l’essenza e non lasciarne tracce per strada: torneremo a guardare cosa succede

lunedì 12 maggio 2008

Oggi, finalmente, è stato spiegato chiaro e tondo il perché di così tante polemiche su una notizia, di per sé trascurabile, data alla tv pubblica.
Mentre ciascuno sembra offrire sacrifici all’ara della libera informazione, un distinguo di non trascurabile portata si lascia trapelare: l’informazione pubblica deve garantire l’equilibrio.
Un po’ come dire che dev’essere garantito senz’altro chi è in posizione dominante e a causa, o per effetto, di una informazione diversa, potrebbe veder vacillare il consenso.
Al di là della portata di notizia, tra l’altro non smentita coi fatti, si lascia intendere che una cosa è l’informazione pubblica ed un’altra quella privata; la differenza tra le due sta nel fatto che alla prima sono chiamati a concorrere tutti ascoltando e tenendo in grande considerazione ciò che la maggioranza vuol sentirsi dire, suppongo.
Ora non mi resta che riuscire a distinguere equilibrio ed equilibrismo.

domenica 11 maggio 2008

Tutti spostiamo delle cose senza creare niente: di fronte a questa cosa mi dovrei sentire più vulnerabile e capire perché non posso chiedere conto alla sorte per un destino che non è stato scritto se non dall’avventura di ciascun momento.
Ne avrei da chiedere di cose sapendo già dell’inutilità di qualunque risposta.
Un po’ come comprare uno strumento senza saperlo suonare; come leggere strofe in una lingua sconosciuta.
Forse è meglio tornare ad ascoltare musica immaginando che sette note e cinque semitoni bastano per una melodia e per suoni che neanche possono essere ascoltati; annuire pensando a consonanti e vocali buone per qualunque lingua, comprese quelle di cui si ignora il senso e restare sbalorditi per i pochi colori necessari per ripetere tutti quelli che la luce senza neppure conoscerne il nome, se mai è stato loro imposto.
Basta solo spostare le cose; ma come faccio a spostare me attraverso te?

sabato 10 maggio 2008

Dov’è finito il tempo in cui la passione imponeva di scegliere che fare e con chi stare, dove i più equilibrati cercavano la mediazione ed i puri erano così privi di sonno che i loro occhi sembravano brillare di una luce da tramonto?
È passato così tanto tempo?
Domande, sempre domande; pare che faccia solo quelle: mi industrio a rispondere per appropriarmi di un po’ di verità o, molto più probabilmente, di quella parte che mi piace credere sia verità.
Gli argomenti si incastrano l’uno nell’altro a formare una Storia che non può essere raccontata perché non c’è tempo sufficiente: stiamo vivendo questo tempo e non c’è nessuno a raccontare.
Mi manca un po’ la voce narrante che in questo Paese è invisa ai trascurabili potenti.
Una voce con la quale si può essere o no d’accordo, ma che è pacata a sufficienza per rappresentare al meglio la passione.
Già, sembra un paradosso unire passione e pacatezza, come se una fosse destinata ad escludere l’altra.
Possibile che non si noti quanto si integrano?

venerdì 9 maggio 2008

Senza possibilità di comunicare si è davvero vivi?

giovedì 8 maggio 2008

Non si fa molto caso all’imponderabile fino a che questo non diventa determinante.
… sempre tenendo presente che ad un incapace riesce complicare tutto benissimo.

mercoledì 7 maggio 2008

Mi piacerebbe essere capace di dire la parola giusta nel giusto momento, di essere giusto nei toni e nell’inflessione, di potermi ascoltare io stesso pensando che sì, era proprio giunto il momento di quella cosa che, sorprendentemente, mi è venuto di dire così bene.
A chi non piacerebbe ascoltarsi avendo certezza di riuscire a isolare quel che è mancato; che non è stato ancora detto o, quando è stato, con il destino di non andare ad aggiungere inutilità alla polvere degli scaffali.
Ed eccoci invece tutti qui: tutti fintamente indifferenti alla costernazione di trovarci a galleggiare nel vuoto: in modo precario ed affidato a chi sa quale capriccio che ci vedrà precipitare di sotto; tutti ad aspettare che sia l’altro ad esporsi. Il primo; che sia lui ad affrontare i sorrisetti di compatimento e sarcasmo.
Quel che ci manca ciascuno in qualche modo lo sa; ce lo portiamo dentro in seme e pronto a germogliare quando trovasse nutrimento; se dovesse mancarci quel che ora neanche sappiamo definire ma che intuiamo occorra, ci allontanerebbe inevitabilmente dalla sapienza di noi stessi fino a farci morire per incapacità di proseguire.
Dire o non dire?
Non è di questo che si tratta quanto, piuttosto, del riferire quel che si è riusciti a creare dentro di noi: ciascuno per mutuo beneficio ed ognuno con voce e significato diverso.
Ora, se venissi a raccontarti di me e di quel che io stesso stento a definire, farei un torto a me stesso per aver avuto fretta di raccontare.
Sono così tante le parole che vanno a descrivere le diverse visioni delle cose: un po’ come per la luce che piove di lato sull’impalpabile superficie della pelliccia uniforme nel colore nero di Stella, la mia gatta.
Trovi che per il suo verso assuma la brillantezza della luce e che basti accarezzarla per rendere perfetta ogni sfumatura.
Ma basta che cambi la luce ed ecco che le sfumature, da quelle più accese alle più tenui, finiscono per sommarsi in un infinito rincorrersi di ombre.
Questione di abitudine a riconoscere ogni più piccola variazione di dolore, piuttosto che a sapere determinare le variazioni di piacere.
Voglio esserne capace e non infilare una collana di “mi piace” restando attonito per non sapere che altro aggiungere.
Per chi vive al buio, occorre del tempo per abituarsi alla troppa luce: mi basterà trovare un po’ di penombra per iniziare a vedere.

martedì 6 maggio 2008

Mi racconti ancora del tuo viaggio nell’Egeo, del tuo approdare su rocce domate solo dalla perizia di pazienti uomini con i volti intagliati dal sale e delle sensazioni che hai sentito rinascerti dentro riportandoti alle voci che declamavano in greco. Ti guardo e ti seguo, per quanto posso, in questo tuo raccontare che è come un girovagare nel tempo ed è molto diverso dai racconti di chi narra per stupire, più che raccontare del proprio stupore.
Mi accompagni con la tua voce che accennano a chissà quale brano di quella lingua sconosciuta che, mi pare, prende per sé le cadenze delle onde e se ne compiace: ti seguo finendo anch’io in quel tuo narrare e prendo a ricercare, tra la memoria e questo viaggiare, qualcuno da ricordare.
Sarebbe bello tu incontrassi per me Aristotele tra i suoi; anzi no, nella quiete della sua casa di primo mattino, quando ha già bevuto da una ciotola che mi parrebbe preziosa ora.
Avrei così tanto da chiedere e non saprei come farlo, capisci?
Succede continuamente anche tra noi: cercare di offrire qualcosa o tutto di sé senza riuscire ad intendersi.
Credo sia lo stesso che accade ai viaggiatori sullo stesso treno, ma su lati diversi di carrozza: a ciascuno la sua porzione dello stesso mondo, appunto, ma diviso a metà. Occorrerebbe un’altra vita e la pazienza di lasciarsi intagliare dal sale, per ascoltare l’altra metà che si è persa.
Non giudicarmi male se, di tanto in tanto, sembra non ascolti.

lunedì 5 maggio 2008

Se andando per mare ti accorgessi che la tua barca, quel guscio che ti tiene a galla, ha su di sé un forellino, un’incrinatura da cui zampilla un sottile getto di acqua trasparente, che pure fa parte di quell’enorme massa blu su cui stai andando; ecco che ci metteresti qualcosa a rinforzo per tenere lontano, il più lontano possibile da te, il pericolo.
E faresti bene.
Così come fa bene il previdente che rinforza il suo guscio.
Però è successo che ti abbia preso la mano quel desiderio di sicurezza, di garanzia e ti sei ritrovato con uno scafo imponente e pesante al punto che il rischio è ora diverso: quel blu da cui volevi restare lontano, si avvicina al bordo e puoi rischiare addirittura di vedertelo piombare addosso.
E tu, che di previdenza ti sei ammalato, risolvi dicendomi che ti basta alzare ancora le tue barriere; opponendo una murata ancora più alta e, addirittura, capace di tener lontana anche l’acqua che potrebbe pioverti dal cielo.
Quel guscio, insomma, ha finito per circondarti dandoti la sicurezza implume del pulcino che, benché al sicuro e pur senza averla mai vista, sembra rimpiangere la luce del sole.
Quanta forza per riuscire ad uscire dal guscio.
La pazienza di chi raccoglie l’acqua sul fondo della sua barca e la ripara senza eccessi, può premiarti regalandoti, insieme ai piedi bagnati, un sospiro di libertà.
Chi ha elevato barriere imponenti, dopotutto, non ha avuto in garanzia la felicità; anzi il timore di trovarsi di nuovo a dover fare i conti con un’altra incrinatura, atterrisce: annichilisce chi potente lo è stato.

domenica 4 maggio 2008

C’è un’aria molle; perfetta per chi è incline all’ozio e non vuole far altro che abbandonarsi ad aspettare che questo mare conduca qualcosa di nuovo, di elettrizzante che scuota e sferzi l’inarrestabilità dell’adagiarsi a lasciarsi vivere.
Sembra che anche il mare sia senza correnti e senza forza ridotto a non schiumare e a lasciarsi rigare qua e là da strisce di scia per navi che vanno solo perché non sanno più star ferme.
Persino i gabbiani sembrano appagati in attesa che i nidi si riempiano del piumino grigio picchiettato di scuro dei pulcini.
Non mi fa difetto questo aspettare e, sapendo che puntare sull’attesa renderebbe quest’ozio acuminato e doloroso, mi contento ascoltare distratto il ronzio di musica racchiusa in piccole cuffie qui accanto: di certo una canzone per un piacere irrisolto uguale ad ogni altro.
Al di sotto della superficie del mare, che non vorresti diversa, la mollezza di figure di meduse ricorda quanto niente di ciò che appare può davvero conoscersi e i lunghi fili, come di capelli adagiati sul filo di invisibili correnti, sono pronti a sferzare con il semplice sfiorare ed incidere segni profondi.
E’ una domenica di maggio vicino al mare dove, indifferente, un granchio continua a pizzicare lo scoglio e l’ombra del dorso di un pesce si nota col favore dell’ombra.
Mi piacerebbe riprendere dove ho interrotto il sogno di stamane e lasciare tutto com’è ora per ritrovarlo più avanti e potertene raccontare mentre ti guardo che ti tormenti la bocca.
Ma sarà un altro giorno, diverso e meno molle di questo: lo so.

sabato 3 maggio 2008

Ci si può innamorare di te?
Te lo chiedo, amico mio, perché anche a me è stata posta la questione e, per quanto strano possa sembrare, le risposte che vengono sono contraddittorie.
Non negarlo; hai risposto di sì e di no con la stessa convinzione almeno una volta: hai risposto con la medesima sincerità.
Ci si può innamorare del silenzio che opponi, così come alla reazione rumorosa o a quella appena accennata; ci si può innamorare dell’intensità del tuo sguardo, così come del privarci di lui o del suo tornare di tanto in tanto.
Innamorarsi, del resto, è questione di sentirsi toccare l’anima e sentirla sorridere e non c’è verso di sapere in precedenza quale sarà l’intensità del tocco e quale la parte migliore da sentirsi toccare per sentirla reagire.
Sì che ci si può innamorare e sentirsi trasportare su un piano diverso, benché sia sempre lo stesso nel quale ti sei sempre trovato.
Quei difetti, che ti sei additato in silenzio, improvvisamente sono la tua coscienza da amare e quei pregi, che hai sperato si notassero, altro non sono che il luccichio che mancava.
Quel che viene, amico mio, non è altro che il tributo che la vita ti versa: alla quale devi consegnare una ricevuta rammentandoti, spesso, di quante ne hai cominciato a scrivere e quante a rilasciare, senza aver avuto niente, o a sufficienza, in cambio.

venerdì 2 maggio 2008

“Vediamo che ne pensano i nostri ascoltatori” … ed ecco che un sondaggio compare d’incanto a disegnare una strana, e a volte incomprensibile, geografia di pensieri; una trama semplificata, omogeneizzata e pronta ad essere assimilata.
Al di là di quanto viene spiegato circa i sistemi di “trattamento dei dati”, mi resta un senso di sorpresa a scoprirmi invariabilmente fuori dal coro.
Si tratta di una quasi certezza che rischia di trasformarmi in uno snob, cosa che del resto mi è stata rimproverata e che non ho mancato di prendere in seria considerazione.
Anche i reietti rischiano in questo senso e la cosa non mi solleva affatto.
Mi chiedo che sapore abbia sentirsi parte della fetta più sostanziosa della torta; sensazione che solo in casi di ricerche prive di vero significato avrei potuto assaggiare e che solo la coscienza dell’ovvietà, ha reso insapore.
Non mi preoccuperò affatto di apparire diversamente, né di trovarmi dalla parte più piccola della fetta di torta: mi basta già il privilegio di potere osservare e tentare di capire chi sta dall’altra parte.
Ho ancora tante cose a cui pensare senza dovermi preoccupare di avere un’opinione condivisa: è già sufficientemente complicato averne una senza prenderla a prestito e, quindi, senza dover ricorrere a qualcuno per difenderla.
Continuerò ad interessarmi ai risultati dei sondaggi con la stessa partecipazione emotiva di un astro nella composizione di un qualsiasi oroscopo; dubitando, perché perplesso, del “trattamento dei dati” e della loro raccolta.
Con tutta questa attenzione al parere della “gente”, come si spiega che nessuno abbia idea di quel che comunemente si pensa davvero?
Per quanto mi riguarda, punterei piuttosto sul processo che ha condotto alla conclusione raccolta e su cosa ha influito in modo determinante alla sua formazione.

giovedì 1 maggio 2008

Era diverso l’argomento, ma oggi è il 1° maggio e si impone una riflessione in rispetto di quanti di lavoro sono morti, resi storpi o ammalati.
Ci saranno autorevolissime voci quest’oggi tranne quelle dei familiari degli uccisi: a loro, infatti, ci si limita a rendere quanto resta della vittima. Un tratto comune quella gente lo ha ed è la dignità di tacere.
Così penso sia giusto che si alzi la mia di voce per maledire i cinici che si godranno questo stesso sole primaverile; per maledire il denaro diversamente speso a non tentare di risparmiare un incidente.
Voglio esprimere il disprezzo per questo genere di ricchezza vigliaccamente ottenuta o incrementata; disprezzo che si nutre del dignitoso silenzio di chi della vittima ha subito il torto e l’assenza.Vorrei che tra le voci autorevoli di oggi se ne alzi una con la proposta di costituire un fondo – dignità per chi non ha che quella dopo che tutto il resto gli è stato tolto. Vorrei che con parte di quei fondi si fosse in grado di imporre il castigo ai cinici bari