mercoledì 7 maggio 2008

Mi piacerebbe essere capace di dire la parola giusta nel giusto momento, di essere giusto nei toni e nell’inflessione, di potermi ascoltare io stesso pensando che sì, era proprio giunto il momento di quella cosa che, sorprendentemente, mi è venuto di dire così bene.
A chi non piacerebbe ascoltarsi avendo certezza di riuscire a isolare quel che è mancato; che non è stato ancora detto o, quando è stato, con il destino di non andare ad aggiungere inutilità alla polvere degli scaffali.
Ed eccoci invece tutti qui: tutti fintamente indifferenti alla costernazione di trovarci a galleggiare nel vuoto: in modo precario ed affidato a chi sa quale capriccio che ci vedrà precipitare di sotto; tutti ad aspettare che sia l’altro ad esporsi. Il primo; che sia lui ad affrontare i sorrisetti di compatimento e sarcasmo.
Quel che ci manca ciascuno in qualche modo lo sa; ce lo portiamo dentro in seme e pronto a germogliare quando trovasse nutrimento; se dovesse mancarci quel che ora neanche sappiamo definire ma che intuiamo occorra, ci allontanerebbe inevitabilmente dalla sapienza di noi stessi fino a farci morire per incapacità di proseguire.
Dire o non dire?
Non è di questo che si tratta quanto, piuttosto, del riferire quel che si è riusciti a creare dentro di noi: ciascuno per mutuo beneficio ed ognuno con voce e significato diverso.
Ora, se venissi a raccontarti di me e di quel che io stesso stento a definire, farei un torto a me stesso per aver avuto fretta di raccontare.
Sono così tante le parole che vanno a descrivere le diverse visioni delle cose: un po’ come per la luce che piove di lato sull’impalpabile superficie della pelliccia uniforme nel colore nero di Stella, la mia gatta.
Trovi che per il suo verso assuma la brillantezza della luce e che basti accarezzarla per rendere perfetta ogni sfumatura.
Ma basta che cambi la luce ed ecco che le sfumature, da quelle più accese alle più tenui, finiscono per sommarsi in un infinito rincorrersi di ombre.
Questione di abitudine a riconoscere ogni più piccola variazione di dolore, piuttosto che a sapere determinare le variazioni di piacere.
Voglio esserne capace e non infilare una collana di “mi piace” restando attonito per non sapere che altro aggiungere.
Per chi vive al buio, occorre del tempo per abituarsi alla troppa luce: mi basterà trovare un po’ di penombra per iniziare a vedere.