venerdì 31 ottobre 2008


Coincidenze il numero dei passi che ricordi: sono quelli che servono per giungere ad un punto che a te solo significa qualcosa. Quel posto dal quale ci si allontana ed al quale si torna, sempre. Coincidenze che si rinnovano quando il numero delle lettere di un nome corrisponde, che s’insinuano sottili nei pensieri perché è di cose così che stai parlando senza essere certo di quel che si dice. In fondo sono così tante le parole delle quali si poteva fare a meno.

E poi ci sono quelle che se non vengono pronunciate; continuano a bruciare dentro fino a lasciare un segno come di fuoco che non togli più.

Le parole che avresti dovuto dire o quelle che avresti potuto ascoltare davvero; i pensieri che ti hanno accompagnato e condotto fin qui.

Le coincidenze continuano indipendenti ad armonizzare le cose, a distoglierle, a mischiarle e dividerle seguendo un disegno a caso che, caso per caso, ha un senso che pure è sfuggito ai più.

Trovare le cose che si credevano perdute, per esempio, è un caso al quale ci si arrende con facilità senza neanche avvertire la corrente che ti scivola addosso finendo per portarti più in là di quanto pensavi.

Sembra complicato ciò che, in effetti, lo è se non hai una ragione per spiegare.

A me non è concesso: non ho ragioni, mi restano suggestioni che le nuvole amplificano qui e non altrove.

Quasi che le parole prendano ad avere un senso solo se confinate nell’ambiguo universo dove la coincidenza è la ragione primaria.

Che fine ha fatto il desiderio di riuscire nell’impresa di spiegarmi?

lunedì 27 ottobre 2008


Dove si conservano i sogni? Nello stesso file dove si archiviano le nuove “faccine” di msn.

Sì, un sorriso lo fai uscire.

sabato 25 ottobre 2008


… e tu continui a dirmi che ti manca il marmo bianco per scolpirci la figura che mai una mano ha toccato e che la parete laggiù non è abbastanza convessa da far risuonare il petto e scuotere i tuoi tempi per sincronizzare i battiti del cuore e persino i respiri.

Che manca ancora?

Non c’è la luce giusta per esaltare i colori che da decisi diventano pastello ed il vino scadente coprirà certamente il sapore di quel bacio che puoi solo sognare.

Così non mi resta che quest’aria che non profuma di niente ma che mi riempie di vita senza neanche bussare.

Ci vuol poco, quasi niente, per sentirsi giusti; anche a dispetto dei più. Si copre lo stesso spazio, insomma, di quando sei in torto e non puoi saperlo.

Non c’è da temere: qualcuno si incaricherà di ricordare qual è il tuo posto e non resta, quindi, che obbedire o reagire.

A meno che, come giustamente mi dici, non si sia disposti a raggiungere un altro punto di vista dal quale guardare noi stessi persino alla nuca.

… forse hai ragione: manca ancora qualcosa.

venerdì 24 ottobre 2008


Per risanare, qualunque contadino saprebbe dirlo, occorre togliere quel che è dannoso. Tra ciò che è dannoso e quel che è improduttivo una differenza di sicuro c’è e si deve prestare attenzione a quel che si va a togliere.

Qualcuno dovrebbe spiegarlo a questi economisti tanto parsimoniosi quanto scriteriati.

“Un progettista sa di aver raggiunto la perfezione non quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non c’è più nulla da eliminare”. Che se ne convincano: il pensiero di Antoine De Saint-Exupéry circa la perfezione, non ha alcuna attinenza con la privazione delle risorse.

lunedì 20 ottobre 2008


A che pensa il soldato dietro ai suoi occhiali scuri, al fucile puntato su un vago punto di quella terra dove gli scarponi non sembrano saper far altro che riempirsi di polvere o di fango?

Pensa alla Patria, ad essere strumento indispensabile di pace, a restare vivo, ad ammazzarne quanti più può, a far presto a tornare a casa, a quanto pesa dover indossare un giubbotto tutti i giorni, a fumare una sigaretta?

In quelle lenti potrebbe stare la risposta: quella terra, come su qualsiasi terra un soldato calpesta, non si possiede e, di certo, meno che mai si possiede chi ci vive sopra.


Succede che un piccolo paese, guidato da piccoli uomini con piccoli orizzonti, badi ai propri piccoli interessi senza riuscire a guardare oltre il proprio piccolo obiettivo che, manco a dirlo, è trascurabile ai più e dannoso a se stesso.

domenica 19 ottobre 2008


No, neanche io ho rinunciato a sognare di tornare indietro. Non azzardo di riguadagnare tutto il tempo, sia chiaro. Basta quel tanto sufficiente a riconoscere un errore e rimediarvi.

Sono certo che il tempo concesso non sarebbe sufficiente a rimediare.

Del resto l’esperienza deve fondarsi necessariamente sugli errori.

Mi limiterò a pensarci di tanto in tanto e a confondermi nel sonno facendone un brandello di realtà che non esiste altrove, se non dentro di me.

Ci ho provato a mettere in fila tutti gli errori: non sono sicuro di sapere quale sia il primo e, sia detto con profonda vergogna, che sia dannato se so riconoscere quello prima dell’ultimo.

Quante scuse dovrei porgere?

Una ciascuno a tutti, naturalmente.

Forse, e questo mi scuote fino al midollo, dovrei cominciare con quell’amico immaginario al quale ho riservato solo le sconfitte: le mie.

Scuse e ancora scuse dovrei offrire a quanti ho opposto un rifiuto tanto netto quanto non necessariamente definitivo.

Avrei da riempirmi il petto d’aria pulita e fredda; sentirmela scendere lungo la gola fino a raffreddarmi il sangue intorno al cuore e spingerlo a pulsare più in fretta.

Abbandonare.

Mi sentirei più a posto, di certo, anche se, io questo lo so, l’opportunità dovrebbe essere comune e non vincolata a diffidenze. Quel che voglio dire, insomma, è che non vorrei che ad un’occasione si possa contrapporre un espediente per aggirarla.

Accidenti!

Ho appena compreso quanto qualunque occasione straordinaria possa essere non colta; con la stessa leggerezza con la quale s’ignora il valore della straordinarietà che si va vivendo.

Nel tempo, in definitiva, è insita la grandezza dell’irrevocabilità.

sabato 18 ottobre 2008


A chi non piacerebbe passare un colpo di spugna?

Risolvere, con un gesto tanto semplice quanto ampio, ogni cosa.

Niente si risolve così facilmente, a meno di non credere alla storia di Giuliano Ferrara che con una bottiglietta di acqua minerale, in un giorno perso tra i tanti, ha pensato di sovrastare diciassette anni di dolore di un padre.

No, non bastano le bravate e neanche i gesti simbolici.

Non bastano le frasi da scolpire; come quella sulla durevolezza della parola di Dio: che sia l’unico, in questo universo, condannato a non cambiare mai opinione perché è la prima quella che conta?

La concretezza è altrove: anche dietro alle radioline che i soldati americani distribuiscono ai pastori afgani per ascoltare trasmissioni “libere”.

A quell’uomo che ascolta l’incomprensibile slang americano; l’uomo cotto dal sole e bruciato dal freddo delle tue montagne e non si lascia soverchiare dal biasimo.

Lui riesce a capire quanto c’è di giusto in un atto che gli appare eroico e a noi vigliacco.

Un colpo di spugna da dare sulle certezze del ballonzolante premier che si tinge la cute per apparire quel che non sarà mai.

Un altro colpo sui fatiscenti capitalisti ed uno anche per me: non si sa mai.

mercoledì 15 ottobre 2008


Ci si può provare a togliere tutto: il gesto consueto di far pulizia: cancellare insistendo fino a ritrovarsi proprio come adesso, con un foglio bianco, vuoto.
Ha un suo innegabile fascino il vuoto, a patto di non innarmorarsene.
Il peggio, molto probabilmente, è costituito dal sostituire ad un senso di vuoto un altro, profondo, profondissimo senso di vuoto.
Galleggiarci o, nella peggiore delle ipotesi, lasciarsi cadere immaginando di dominare la caduta con il volo.
Dovrei approfittare di questo spazio e di questo tempo, se solo sapessi come e cosa farne.
Mi sono accorto che alle domande semplici, non sempre corrispondono risposte semplici: spesso, anzi, sono solo l’inizio di un profondo imbarazzo.
Per risolvere, o almeno tentare, si potrebbe ricercare la semplicità che, in un foglio bianco potrebbe essere un punto, un disegno o chissà.
Sul mio c’erano scritte parole; mi piaceva saperle leggere nel loro ordine unico.
Che ne è stato?
Ne scriverò di nuove ed anche loro non saranno più mie: è inevitabile.

lunedì 13 ottobre 2008


Chissà se c’è posto per il mio nome sulla pietra che ricorda i successi; ne ho letti tanti e sono sicuro che tanti altri ne troverei, se solo cercassi tra quelli meno visibili. Ogni nome, infatti, è destinato a coprirne un altro fino alla fine della storia.
È questa la gloria?
Un nome che significa qualcosa per alcuni e per altri non ha nessun senso.
La Storia, per essere ricordata, ha bisogno di essere conosciuta, mentre l’ignoranza è dote comune e primitiva, ahimè.
Staccarsi dall’oscurità costa: ci vuole energia e desiderio perché il calore non è cosa che si regala.
Mantenere accesa la luce passandosi un fiammifero mano a mano e trovare profondissima gioia nel trovare che un fuoco può diventare grande sia pure in mani non tue.
Non è affatto facile.

sabato 11 ottobre 2008


Metterò in fila le mie passioni ordinandole per colore e dimensioni, variandole di posto: le più vicine e le più lontane.
Di sicuro cercherò qualcuno cui mostrarle fingendo disinteresse e vergognandomene quel tanto che basta per soffocare nel silenzio un sussulto o sobbalzare quel tanto che basta perché chi è vicino se ne accorga.
Immagina se quel “qualcuno” fosse proprio quello che di passioni ne ha avuta una sola: quella passione che non si riesce a raccontare perché non trova spazio in nessuna storia, perché nessuna parola, per quanto ricercata e giusta, può narrarla.
C’è chi affida ai colori, chi alle forme, chi ai suoni o ai sapori e chi ai profumi il suo bisogno.
Un modo che si congiunge al divino: incastrare nelle cose sensoriali un’idea, una sensazione, un sentimento.
Ecco un sospiro; uno che ne segue un altro e in chissà quale ordine rispetto al pensiero che ha gravato sul petto: eccone uno che si spezza a metà mentre puoi ingoiare quel niente che ti rotoli in bocca.
Sbiadiscono quelle passioni che credevo importanti.
Tramontano persino i tramonti, dopotutto.

mercoledì 8 ottobre 2008


Più o meno è sempre la stessa cosa e sempre uguale nel tempo: tutti cercano di fermare la bellezza o, almeno, di prenderne un po’, circondarsene per quanto più è possibile.
Nelle istruzioni per l’uso della vita non c’è scritto che non è possibile; quindi la ricerca può continuare fino a che l’illusione non è sazia.
Pare che resti sottinteso il finale, prima di saltar su come un pupazzo a molla; hai presente?
Mi ricordo di quando dicevi che ti sarebbe bastato guardare quegli occhi chiari per sentirti felice, poi il colore degli occhi cambiò insieme a tutto il resto: della tua felicità mi hai solo accennato, per brevi momenti però.
Anche star qui ti sarebbe bastato, se non fosse che poi la voglia di prendere a muoverti finisce sempre per vincere.
E ricordi di quando hai visto la nebbia per la prima volta?
Era la nuvola che si faceva toccare da te; anche se tra le tue mani non restava niente, ci sei stato vicino così.
Ci si avvicina, bisogna rassegnarsi ad avvicinarsi e basta.
Quelli più fortunati sono quelli che ci si avvicinano più spesso, chissà.

venerdì 3 ottobre 2008


Provo ad immaginare a come sarebbe vivere secondo quello che credo essere il mio sogno e finisco irrimediabilmente per perdermi.
Sfuggono i particolari e finisco per perdere di vista la traccia originaria: restano rivoli di pensiero e una sorta di residuo che somiglia molto al sapore del rimpianto.
Devo arrendermi, dunque. Non c’è scampo neanche per i sognatori.

Quando i sogni diventano complessi la differenza tra scienza e sogno è questione di sfumature.
La disillusione è vicina, lo so, ma non importa: c’è un sogno tutto nuovo da sognare ed io immagino di avere tempo sufficiente per finire anche questo ed un altro ancora; chissà.
Basta non perdere di vista che si tratta d’immaginazione.

mercoledì 1 ottobre 2008


Torna a posarsi la polvere da dove era stata tolta. Non c’è velocità sufficiente a tenerla lontana: ritorna, lenta, costante, inarrestabile.
Non resta che spostarla di volta in volta e rassegnarsi all’evidenza che subiremo gli scarti dei vicini.
Dovrò badare a che, dalla finestra dalla quale guardo, non se ne accumuli troppa: fare in modo, cioè, di continuare a vedere e lasciare intatta, anzi no; alimentare ancora la curiosità di vedere le cose ancora meglio.
Confidando che gli occhi, e non solo loro, riescano a vedere davvero.