domenica 19 ottobre 2008


No, neanche io ho rinunciato a sognare di tornare indietro. Non azzardo di riguadagnare tutto il tempo, sia chiaro. Basta quel tanto sufficiente a riconoscere un errore e rimediarvi.

Sono certo che il tempo concesso non sarebbe sufficiente a rimediare.

Del resto l’esperienza deve fondarsi necessariamente sugli errori.

Mi limiterò a pensarci di tanto in tanto e a confondermi nel sonno facendone un brandello di realtà che non esiste altrove, se non dentro di me.

Ci ho provato a mettere in fila tutti gli errori: non sono sicuro di sapere quale sia il primo e, sia detto con profonda vergogna, che sia dannato se so riconoscere quello prima dell’ultimo.

Quante scuse dovrei porgere?

Una ciascuno a tutti, naturalmente.

Forse, e questo mi scuote fino al midollo, dovrei cominciare con quell’amico immaginario al quale ho riservato solo le sconfitte: le mie.

Scuse e ancora scuse dovrei offrire a quanti ho opposto un rifiuto tanto netto quanto non necessariamente definitivo.

Avrei da riempirmi il petto d’aria pulita e fredda; sentirmela scendere lungo la gola fino a raffreddarmi il sangue intorno al cuore e spingerlo a pulsare più in fretta.

Abbandonare.

Mi sentirei più a posto, di certo, anche se, io questo lo so, l’opportunità dovrebbe essere comune e non vincolata a diffidenze. Quel che voglio dire, insomma, è che non vorrei che ad un’occasione si possa contrapporre un espediente per aggirarla.

Accidenti!

Ho appena compreso quanto qualunque occasione straordinaria possa essere non colta; con la stessa leggerezza con la quale s’ignora il valore della straordinarietà che si va vivendo.

Nel tempo, in definitiva, è insita la grandezza dell’irrevocabilità.