
Quel che sembra mancare, in questo desolato panorama, è un polo progressista degno di tale nome.
Chissà, magari in seguito . . .
Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l'Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te. John Donne (Londra, 1572 – 31 marzo 1631)





Dovrei essere depresso e, con tutta probabilità, lo sono.
Data questa informazione assolutamente superflua ai più, non resta che mettere a disposizione di qualunque altro svogliato la storia che mi è capitata sotto mano stamattina.
Tralascio nome e cognome dello sventurato del quale leggo il riassunto della sua vita scritte in righe fitte su tre facciate A4 comprese le informazioni assolutamente superflue.
Il punto centrale è l’argomentare su un uomo che provenendo da una famiglia numerosissima, lascia la scuola, ancora bambino, per essere avviato al lavoro.
No, non pasticciava con pastelli colorati sulla sontuosa scrivania di papà e nessuno si chinava su di lui per sorridergli al fine di ingraziarsi la benevolenza dei genitori. Un lavoro duro per un bambino di dieci anni: fornaio in un panificio a conduzione familiare.
Al riparo da controlli che, posso giurarci, non ci sono mai stati, il bambino è cresciuto fiutando ogni notte l’odore della pasta che lievita. Bruciature e scossoni non li ha contati nessuno.
Il bambino cresce ed è possibilissimo che abbia passeggiato sulle stesse strade dove sventola la bandiera del nostro Bel Paese.
I giorni passano e si fa grande.
Stessa storia di tanti, pensi. Ed è proprio così, infatti.
Una ragazza, amore fugace dove i brividi sono abbandonati a se stessi ed un mattino tutto questo fragile castello crolla: niente più lavoro, niente più amore, niente più niente.
Le strade sono la prima sorpresa: esistono anche di giorno e possono essere percorse dai nullafacenti.
La bandiera continua a dondolare molle incurante delle sigarette che vengono a mancare.
Potrebbe essere una vacanza se non durasse tanto.
Dura troppo, invece.
Ormai è un uomo: viene condotto legato proprio sotto la bandiera che quel giorno non sventola nemmeno. Lo condannano e la società respira sollevata per essersi sbarazzata di uno spacciatore.
Non l’unico ma più disperato di molti altri.
Chiedere aiuto; questo gli è rimasto da fare: … e lui lo fa con tutta la dignità di cui è capace.
Non vedrà il bambino perché quell’amore fugace non ha suscitato i brividi necessari a far sentire una stella la ragazza, poco più che bambina, di una sera tra le tante.
Dovrei essere depresso, dicevo?
Guardo questo pasciuto cialtrone che dalla tv, in perfetto favore di camera e luce, mi parla di Patria con lo sguardo ispirato ed il petto pieno dell’aria che, se liberata, farebbe certamente sventolare la bandiera e, sia detto con rispetto, mi urterebbe più di un po'.
I sentimenti sono nobili quando vengono da un corpo nutrito.
Sorseggio la malinconia facendomela durare a lungo, e soffiandoci sopra di tanto in tanto per non permetterle di bruciare troppo.
accartocciarsi di penne e piume bianche e nere che piomba sulla strada.
L’unica cosa della quale disponesse in abbondanza era la ristrettezza e con tale materia adottò se stesso, i suoi pensieri ed opinioni e vi ispirò tutte le azioni della sua vita, che, d’altronde giacevano sullo stesso piano.
Questo tipo l’ho incontrato, naturalmente: è qui e ha unito le proprie energie a quelle di altri orgogliosi portatori di minuzia al punto da gioirne come arte sua e per il consenso che la miseria concede anche agli atomi.
Non parlatene come di un meschino; egli non è ancora pronto al grande balzo che, per quanto limitato, fornirà materia di studio di cui già si compiace. Stesso compiacersi di quella molecola che si stacca dall’infimo delle deiezioni per affliggere il naso più acuto.
Ecco espresso il valore della cacca.
Il pericolo letale, quello che incute terrore non è preceduto quasi mai da frastuono, da ruggiti o affilare d’artigli. La guerra moderna, tanto per fare un esempio, non è più preceduta dalla cavalleresca consegna della sua dichiarazione.
Ci si limita ad un sommesso sferragliare di carri, uno scorrere di otturatori e, prima che la quiete sia interrotta, un lampo silenzioso ed ecco che il colpo arriva seguito subito dopo dal fragore.
I tecnici della morte sono talmente soddisfatti della precisione con cui i loro proiettili colpiscono, delle mimetizzazioni che li rendono invisibili: poiché è l’inganno messo in essere quello che si fa passare per eroismo.
Beh, sempre che l’inganno altrui non sia altrettanto efficace, poiché, in questo caso, l’azione silenziosa e occulta si liquida come vigliaccheria.
I termini sono importanti per scrivere la storia al di là di qualunque altra interpretazione.
Per la repressione, invece, il rumore è necessario. Costituisce il motivo scatenante della reazione che si placa, infatti, non appena il frastuono ha termine.
Sembra ridicolo, specie se ci si incaponisce a guardare all’argomento dal punto di vista dei batteri; se solo costoro ne avessero uno. Il terrore è generato dal silenzio frenetico che, solo con molta, molta fantasia, potrebbe essere preso per brusio, tutt’al più un brusio, appunto.
Leggo le reazioni all’opinione di Paolo Guzzanti sulla signora Mara Garfagna che avrebbe ottenuto la nomina grazie alla soddisfacente composizione del suo codice genetico generosamente, giusto dirlo, esposto.
L’argomento è ghiotto più dell’argomentare; ma qualcosa da aggiungere ci sarebbe e qui, dove mi è ampiamente consentito, lo aggiungo.
Che vi sia una nomina in base al “diletto” del nominante è cosa lecita e di pacifica applicazione. Quel che mi spiego meno è perché tanto livore nei confronti di un personaggio che, in fondo, incide in modo assai trascurabile nella vita civile di questo Paese.
Dov’era il fustigatore di molli costumi quando la nomina ha investito avvocati, e non solo, i cui meriti stanno nell’abilità ad aggirare e, quando questo non è proprio possibile, a suggerire quali cambiamenti normativi apportare, per risolvere i pasticci legali di quello stesso personaggio che ha avuto il merito (sic!) di elevare l’odierno censore a dignità senatoriale?
La pagliuzza nell’occhio …
Scorrono le immagini di sempre, quelle che costruiranno, più avanti, i ricordi di adesso; ammesso che questo “adesso” valga la pena di essere ricordato.
Scorrono le immagini, dicevo, e tra tutte vado a scegliere quelle che mi costringono la gola facendomi faticare la semplice operazione del respiro.
Facile sfuggire a questo genere di malinconia, dici?
Usare ironia è più agevole quando si sta bene o, comunque, non malissimo.
Mi trovo più portato al sarcasmo, debbo ammettere, ma devi convenire che a trattare con questa gente che si sente già sazia se il vicino digiuna, usare ironia è come far pretendere al carrettiere di cavare obbedienza usando la piuma piuttosto che lo schiocco della frusta.
Dicevo delle immagini ed eccole: sono quelle di sempre e, pare, a nessun altro, oltre me, provochino lo stesso intenso disagio.
Un po’ come trovarsi stretti con le spalle al muro mentre il pavimento prende a cedere dal centro della stanza confinandoti in un angolo sempre più angusto. Cadere, in questo caso si sa, è solo questione di tempo.
Usiamola quest’ironia da strada per mettere alla berlina i sentimenti miei ed i tuoi; no, anzi, solo i miei che, a ragione, sono stati tirati in ballo per primi.
E prima di ogni altro, occorre uno sberleffo a quest’uomo che non ha pazienza e che ascolta quel che gli dici finendo per sentire dell’altro; costui al quale chiedere impegno è praticamente superfluo poiché ne profonderà di certo, ma meno di quanto potrebbe.
Vecchia storia, la mia, paragonabile ad una spugna che sollevi dall’acqua e che quanto più tempo la lasci colare, tanto meno avrà assolto il suo compito.
Immagine perfetta, questa, dove i cunicoli sono imperscrutabili e vagamente misteriosi se conducessero a qualcosa; non affannarti: non conducono a niente, ti assicuro.
Quando ho deciso di chiedermi brutalmente quanto bene volessi, avevo già pronta la risposta più semplice se, subito dopo, non fosse intervenuto lo sberleffo in un’altra questione: come vuoi bene?
Ed ecco che le immagini di poco fa sembrano sciogliersi e finire inghiottite in un gorgo inarrestabile. A certe domande non si è mai veramente pronti e mentire si può, ammesso che si possa rinunciare al proprio perdono.
In questo invidio i conservatori di oggi: non subiscono il rimorso e sono capaci di raccogliere tutte le briciole e farsi un segno di croce prima di gettarle in modo che neanche i passeri possano beccarle. Solo ostentare la pietà è elegante, meglio glorificare l’elemosina, magari con una confezione di croccanti biscotti integrali da destinare ai vecchi, pazienza se sdentati, e sentirsi in pace, e al sicuro, per aver delegato “qualcuno” ad occuparsi delle incombenze più sporche, purché non se ne senta parola o fetore.
Mi tengo il sapore di incompiuto, al quale dovrei essere abituato e lascio che le immagini scorrano ancora e ancora.
Almeno fino a quando ci sarà tempo per la memoria.