mercoledì 26 novembre 2008


Ho la netta sensazione che questo sarà l’ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi. Ne sono convinto perché l’esibizione di tanta intransigenza conservatrice non corrisponde alla vera anima della destra moderata italiana. Aggiungerei che l’amplissimo margine della maggioranza che lo sostiene, costituisce il vero, ultimo ostacolo all’invocazione di attenuanti; così l’inevitabile fallimento della politica economica, che sembra capace di ascoltare solo le esigenze del profitto industriale, sarà solo sua e non condivisibile con nessun altro.
Quel che sembra mancare, in questo desolato panorama, è un polo progressista degno di tale nome.
Chissà, magari in seguito . . .

martedì 25 novembre 2008


Cosa c’è di peggio in una situazione in cui uno parla, nessuno l’ascolta e poi tutti sono contrari?
Naturalmente la situazione che “Ti” vede come protagonista, in cui “Tu” puoi dire quel che più ti aggrada, senza che nessuno ti ascolti.
Vedo che tentenni . . .
Dici che è anche peggio se ti ascoltano esattamente come se tu fossi un fastidioso brusìo?
Può succedere che nella Rete tu sia meno rilevante dello Spam, ma questo non aggiunge alcun valore a quest’ultimo: di questo sono convinto.

Capita di ascoltare discussioni di cui solo un risultato è certo: nessuno dei contendenti ammetterà mai il proprio torto. Che si accontenti chi ascolta: ha il vantaggio di crearsi un’opinione o cambiarla.
Sempre che chi sta discutendo non riesca a sedurlo con argomenti diversi da quelli che la discussione sta trattando.

domenica 16 novembre 2008


Sto riflettendo sull’argomento che ci è capitato di sfiorare conversando e mi domando che senso ha cercare l’originalità in un pensiero che è sempre stato presente in chiunque.
Non è così, naturalmente. Dove troverebbero posto le intuizioni assolutamente geniali? Lo so, tu sei pronto a dirmi che niente esiste al di fuori di questo mondo finito e che niente di nuovo può essere trovato se non lo s’inserisce ex novo.
Comunque sia, dev’essere riconosciuto il primato a chi quella cosa, mai pensata o detta, la dice per primo o, almeno, a chi la espone più chiaramente di altri: è questo il senso della storicità, altro che sottolineare eventi storici che nessuno ha voglia di riconoscere.
Per rifarmi all’argomento del mondo finito, dovremmo forse aspettare il passaggio di un’altra cometa con una coda provvista di pensieri semplici?
Semplicità da spargere a piene mani sulle complicazioni create apposta per rendere difficile il cammino quotidiano.
Un “Sì” da una parte e un “No” dall’altra: bianco e nero, più e meno.
Al diavolo le sottigliezze che conducono a paradossi come la Guerra Giusta o la Violenza Limitata che, se solo ti capita di leggerle per bene, sembrano già così delle stupidaggini.
Un mondo più bambino, insomma e, tutto sommato, meno infantile di quello di adesso.
Lo so da me: è chiedere troppo.
In un mondo semplice i mediocri non troverebbero mai un posto di rilievo, né in cima né in fondo a qualunque lista.

martedì 11 novembre 2008


Hai ragione; non ho nessun diritto di criticare l’immagine della profondità dei tuoi occhi ripresi da molto, molto vicino: da così vicino che posso contare le pagliuzze dorate dell’iride.
Dopotutto perché dovrei?
La rete è questo: libertà di espressione.
Magari non è proprio vero: la libertà, quando è custodita sotto chiave è molto meno libera di quanto si voglia pretendere.
Così mi tengo le mie critiche alle immagini e alle parole che vogliono elevarsi ora a poesia ed ora a filosofia e, a mio avviso, non possono essere iscritte né all’una, né all’altra.
Tengo per me ogni paragone, specie quelli più spiacevoli che sono i più e faccio in modo che nessuno si accorga che le perplessità non sono più recentissime.
Un po’ come quel documentario che ho visto: dove un cucciolo è stato filmato e seguito nel suo andare incontro alla propria fine. Giusta la motivazione dell’astensione di qualsiasi intervento: la natura deve fare il suo corso ed anche il predatore deve sfamarsi per l’equilibrio delle cose.
Altrettanto giusto, dunque, che il grottesco in agguato finisca per sovrastare il ridicolo: dove le pagliuzze dell’iride restano a presidiare la parte più concreta di tutto questo continuo dire e ridire.
Un sacro fuoco che sembra divorare i più: ciascuno vuol raccontarsi prima di ascoltare e, sempre più spesso, capita che si dica a casaccio proprio per non aver mai davvero sentito alcunché; salvo lamentarsi perché non si è capiti.
Non vorrei deludere e così ammetto, controvoglia, che molta parte di quel che è scritto è vicino alla poesia piuttosto che alla filosofia.
Eludo ogni spiegazione circa la funzione della logica in qualsiasi argomentare e non vedo l’ora di dissolvermi. Devo assolutamente farlo e, di certo, prima di lasciarmi sfuggire domande e considerazioni.
Non è necessario si sappia che per fare poesia non è fondamentale andare a capo più spesso e, peggio, che sia questa l’unica condizione.

sabato 8 novembre 2008


Dovrei essere depresso e, con tutta probabilità, lo sono.

Data questa informazione assolutamente superflua ai più, non resta che mettere a disposizione di qualunque altro svogliato la storia che mi è capitata sotto mano stamattina.

Tralascio nome e cognome dello sventurato del quale leggo il riassunto della sua vita scritte in righe fitte su tre facciate A4 comprese le informazioni assolutamente superflue.

Il punto centrale è l’argomentare su un uomo che provenendo da una famiglia numerosissima, lascia la scuola, ancora bambino, per essere avviato al lavoro.

No, non pasticciava con pastelli colorati sulla sontuosa scrivania di papà e nessuno si chinava su di lui per sorridergli al fine di ingraziarsi la benevolenza dei genitori. Un lavoro duro per un bambino di dieci anni: fornaio in un panificio a conduzione familiare.

Al riparo da controlli che, posso giurarci, non ci sono mai stati, il bambino è cresciuto fiutando ogni notte l’odore della pasta che lievita. Bruciature e scossoni non li ha contati nessuno.

Il bambino cresce ed è possibilissimo che abbia passeggiato sulle stesse strade dove sventola la bandiera del nostro Bel Paese.

I giorni passano e si fa grande.

Stessa storia di tanti, pensi. Ed è proprio così, infatti.

Una ragazza, amore fugace dove i brividi sono abbandonati a se stessi ed un mattino tutto questo fragile castello crolla: niente più lavoro, niente più amore, niente più niente.

Le strade sono la prima sorpresa: esistono anche di giorno e possono essere percorse dai nullafacenti.

La bandiera continua a dondolare molle incurante delle sigarette che vengono a mancare.

Potrebbe essere una vacanza se non durasse tanto.

Dura troppo, invece.

Ormai è un uomo: viene condotto legato proprio sotto la bandiera che quel giorno non sventola nemmeno. Lo condannano e la società respira sollevata per essersi sbarazzata di uno spacciatore.

Non l’unico ma più disperato di molti altri.

Chiedere aiuto; questo gli è rimasto da fare: … e lui lo fa con tutta la dignità di cui è capace.

Non vedrà il bambino perché quell’amore fugace non ha suscitato i brividi necessari a far sentire una stella la ragazza, poco più che bambina, di una sera tra le tante.

Dovrei essere depresso, dicevo?

Guardo questo pasciuto cialtrone che dalla tv, in perfetto favore di camera e luce, mi parla di Patria con lo sguardo ispirato ed il petto pieno dell’aria che, se liberata, farebbe certamente sventolare la bandiera e, sia detto con rispetto, mi urterebbe più di un po'.

I sentimenti sono nobili quando vengono da un corpo nutrito.

Sorseggio la malinconia facendomela durare a lungo, e soffiandoci sopra di tanto in tanto per non permetterle di bruciare troppo.

venerdì 7 novembre 2008

Stavo tornando a casa con uno sguardo distratto che spaziava oltre il parabrezza: nessun pericolo incombente e velocità tutto sommato moderata. L’imponderabile si materializza in un accartocciarsi di penne e piume bianche e nere che piomba sulla strada.
Muore una gazza e lo fa così: tra le auto dalle quali si dev’essere sempre tenuta prudentemente alla larga.
È prevedibile che molto presto il candore delle penne assuma un colore grigio; quasi che negando la certezza della tinta anche l’anima sia condannata a prendere visione dell’ineluttabile.
L’unico gesto di pietà che riesco a porre in essere è di scansare la carcassa senza vita di cui mi pare di notare l’arruffarsi delle penne al mio passaggio. Un gesto isolato che non giova. Proprio come la pietà che presa a piccole dosi finisce per essere più utile all’accorto pietoso che, perlomeno, può contare su una divina considerazione spendibile chissà quando e chissà dove e come.
L’inconsistenza è a portata di mano e con essa, l’inutilità.
Dopotutto molta parte della vita è un rituale: i rituali, si sa, sono fatti da gesti tutto sommato inutili e per ciò stesso pieni di quel fascino che tiene assieme i curiosi.
Curioserò altrove.
Quella gazza è morta volando e, voglio pensare, non ha dovuto provare il suo peggiore atterraggio proprio quando non c’era alcuna possibilità di rimediare.
Questo mi deve servire a ricordarmi di tenere ordinati i miei conti con ciascuno. Non è possibile, lo so, ma tanto vale la pena di tentare.

giovedì 6 novembre 2008


L’unica cosa della quale disponesse in abbondanza era la ristrettezza e con tale materia adottò se stesso, i suoi pensieri ed opinioni e vi ispirò tutte le azioni della sua vita, che, d’altronde giacevano sullo stesso piano.

Questo tipo l’ho incontrato, naturalmente: è qui e ha unito le proprie energie a quelle di altri orgogliosi portatori di minuzia al punto da gioirne come arte sua e per il consenso che la miseria concede anche agli atomi.

Non parlatene come di un meschino; egli non è ancora pronto al grande balzo che, per quanto limitato, fornirà materia di studio di cui già si compiace. Stesso compiacersi di quella molecola che si stacca dall’infimo delle deiezioni per affliggere il naso più acuto.

Ecco espresso il valore della cacca.


Il pericolo letale, quello che incute terrore non è preceduto quasi mai da frastuono, da ruggiti o affilare d’artigli. La guerra moderna, tanto per fare un esempio, non è più preceduta dalla cavalleresca consegna della sua dichiarazione.

Ci si limita ad un sommesso sferragliare di carri, uno scorrere di otturatori e, prima che la quiete sia interrotta, un lampo silenzioso ed ecco che il colpo arriva seguito subito dopo dal fragore.

I tecnici della morte sono talmente soddisfatti della precisione con cui i loro proiettili colpiscono, delle mimetizzazioni che li rendono invisibili: poiché è l’inganno messo in essere quello che si fa passare per eroismo.

Beh, sempre che l’inganno altrui non sia altrettanto efficace, poiché, in questo caso, l’azione silenziosa e occulta si liquida come vigliaccheria.

I termini sono importanti per scrivere la storia al di là di qualunque altra interpretazione.

Per la repressione, invece, il rumore è necessario. Costituisce il motivo scatenante della reazione che si placa, infatti, non appena il frastuono ha termine.

Sembra ridicolo, specie se ci si incaponisce a guardare all’argomento dal punto di vista dei batteri; se solo costoro ne avessero uno. Il terrore è generato dal silenzio frenetico che, solo con molta, molta fantasia, potrebbe essere preso per brusio, tutt’al più un brusio, appunto.

mercoledì 5 novembre 2008


Leggo le reazioni all’opinione di Paolo Guzzanti sulla signora Mara Garfagna che avrebbe ottenuto la nomina grazie alla soddisfacente composizione del suo codice genetico generosamente, giusto dirlo, esposto.

L’argomento è ghiotto più dell’argomentare; ma qualcosa da aggiungere ci sarebbe e qui, dove mi è ampiamente consentito, lo aggiungo.

Che vi sia una nomina in base al “diletto” del nominante è cosa lecita e di pacifica applicazione. Quel che mi spiego meno è perché tanto livore nei confronti di un personaggio che, in fondo, incide in modo assai trascurabile nella vita civile di questo Paese.

Dov’era il fustigatore di molli costumi quando la nomina ha investito avvocati, e non solo, i cui meriti stanno nell’abilità ad aggirare e, quando questo non è proprio possibile, a suggerire quali cambiamenti normativi apportare, per risolvere i pasticci legali di quello stesso personaggio che ha avuto il merito (sic!) di elevare l’odierno censore a dignità senatoriale?

La pagliuzza nell’occhio …


lunedì 3 novembre 2008


Scorrono le immagini di sempre, quelle che costruiranno, più avanti, i ricordi di adesso; ammesso che questo “adesso” valga la pena di essere ricordato.

Scorrono le immagini, dicevo, e tra tutte vado a scegliere quelle che mi costringono la gola facendomi faticare la semplice operazione del respiro.

Facile sfuggire a questo genere di malinconia, dici?

Usare ironia è più agevole quando si sta bene o, comunque, non malissimo.

Mi trovo più portato al sarcasmo, debbo ammettere, ma devi convenire che a trattare con questa gente che si sente già sazia se il vicino digiuna, usare ironia è come far pretendere al carrettiere di cavare obbedienza usando la piuma piuttosto che lo schiocco della frusta.

Dicevo delle immagini ed eccole: sono quelle di sempre e, pare, a nessun altro, oltre me, provochino lo stesso intenso disagio.

Un po’ come trovarsi stretti con le spalle al muro mentre il pavimento prende a cedere dal centro della stanza confinandoti in un angolo sempre più angusto. Cadere, in questo caso si sa, è solo questione di tempo.

Usiamola quest’ironia da strada per mettere alla berlina i sentimenti miei ed i tuoi; no, anzi, solo i miei che, a ragione, sono stati tirati in ballo per primi.

E prima di ogni altro, occorre uno sberleffo a quest’uomo che non ha pazienza e che ascolta quel che gli dici finendo per sentire dell’altro; costui al quale chiedere impegno è praticamente superfluo poiché ne profonderà di certo, ma meno di quanto potrebbe.

Vecchia storia, la mia, paragonabile ad una spugna che sollevi dall’acqua e che quanto più tempo la lasci colare, tanto meno avrà assolto il suo compito.

Immagine perfetta, questa, dove i cunicoli sono imperscrutabili e vagamente misteriosi se conducessero a qualcosa; non affannarti: non conducono a niente, ti assicuro.

Quando ho deciso di chiedermi brutalmente quanto bene volessi, avevo già pronta la risposta più semplice se, subito dopo, non fosse intervenuto lo sberleffo in un’altra questione: come vuoi bene?

Ed ecco che le immagini di poco fa sembrano sciogliersi e finire inghiottite in un gorgo inarrestabile. A certe domande non si è mai veramente pronti e mentire si può, ammesso che si possa rinunciare al proprio perdono.

In questo invidio i conservatori di oggi: non subiscono il rimorso e sono capaci di raccogliere tutte le briciole e farsi un segno di croce prima di gettarle in modo che neanche i passeri possano beccarle. Solo ostentare la pietà è elegante, meglio glorificare l’elemosina, magari con una confezione di croccanti biscotti integrali da destinare ai vecchi, pazienza se sdentati, e sentirsi in pace, e al sicuro, per aver delegato “qualcuno” ad occuparsi delle incombenze più sporche, purché non se ne senta parola o fetore.

Mi tengo il sapore di incompiuto, al quale dovrei essere abituato e lascio che le immagini scorrano ancora e ancora.

Almeno fino a quando ci sarà tempo per la memoria.