martedì 11 novembre 2008


Hai ragione; non ho nessun diritto di criticare l’immagine della profondità dei tuoi occhi ripresi da molto, molto vicino: da così vicino che posso contare le pagliuzze dorate dell’iride.
Dopotutto perché dovrei?
La rete è questo: libertà di espressione.
Magari non è proprio vero: la libertà, quando è custodita sotto chiave è molto meno libera di quanto si voglia pretendere.
Così mi tengo le mie critiche alle immagini e alle parole che vogliono elevarsi ora a poesia ed ora a filosofia e, a mio avviso, non possono essere iscritte né all’una, né all’altra.
Tengo per me ogni paragone, specie quelli più spiacevoli che sono i più e faccio in modo che nessuno si accorga che le perplessità non sono più recentissime.
Un po’ come quel documentario che ho visto: dove un cucciolo è stato filmato e seguito nel suo andare incontro alla propria fine. Giusta la motivazione dell’astensione di qualsiasi intervento: la natura deve fare il suo corso ed anche il predatore deve sfamarsi per l’equilibrio delle cose.
Altrettanto giusto, dunque, che il grottesco in agguato finisca per sovrastare il ridicolo: dove le pagliuzze dell’iride restano a presidiare la parte più concreta di tutto questo continuo dire e ridire.
Un sacro fuoco che sembra divorare i più: ciascuno vuol raccontarsi prima di ascoltare e, sempre più spesso, capita che si dica a casaccio proprio per non aver mai davvero sentito alcunché; salvo lamentarsi perché non si è capiti.
Non vorrei deludere e così ammetto, controvoglia, che molta parte di quel che è scritto è vicino alla poesia piuttosto che alla filosofia.
Eludo ogni spiegazione circa la funzione della logica in qualsiasi argomentare e non vedo l’ora di dissolvermi. Devo assolutamente farlo e, di certo, prima di lasciarmi sfuggire domande e considerazioni.
Non è necessario si sappia che per fare poesia non è fondamentale andare a capo più spesso e, peggio, che sia questa l’unica condizione.