
Per quanti credono sia rispetto, direi che Libertà è poter prendere quel che sta per esserti dato dove tutti sono liberi. Quel filosofo continua ad aver ragione.
Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l'Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te. John Donne (Londra, 1572 – 31 marzo 1631)
Richiamare i ricordi e trovarseli tutto intorno: i nomi degli amici o, comunque, di chi ti è stato vicino, si affacciano uno ad uno nella mente e scendono alla bocca che li rinnova senza neppure accompagnarli con il fiato.
C’eri tu ed anche loro a costruire il ricordo di adesso e ciascuno, per la sua parte, ne ha plasmata una forma unica di cui vede solo quella a lui esposta.
Nei ricordi si scioglie la dolcezza e le cose andate tornano ad esser riviste tanto che, una ad una insieme al pezzetto di storia cui sono legate, ognuno di loro torna a trovarti.
Questa è la ragione per cui continuo a scriverne qui invece di raccontare com’è andata; i ricordi non puoi raccontarli ai distratti: faresti loro un torto privandoti di quel pezzo che ti è dato vedere per mostrarlo a chi non ha alcun interesse a prendervi parte.
Quando capita a quel che stai raccontando, lascialo scivolare nel silenzio di sempre; avvolgilo con il rispetto che si deve ai vecchi amici che, stanne certo, non mancheranno di mettersi in fila per tornare a salutarti.
Trovarsi con il cuore tenero è, in fondo, come ritrovarsi.
Poter contare sul fatto di commuoversi; di non essersi allontanati troppo da quel che si era, è come incontrare se stessi … ma più giovani: molto di più.
Così, m’immagino a confronto con qualcuno con sembianze indistinte, ma certamente di bambino, grazie al quale vado a scoprire che è un torto arrecato, quel che ancor oggi mi sveglia di notte e che quel che mi chiude la gola è il respiro che si spezza e preme sugli occhi.
Confesso che, saperlo, mi farà star meglio ancora un po’. Dopotutto, si può piangere di nascosto.




Puoi consumare tutti i tuoi “perché” inutilmente; senza riuscire a spiegare come sia possibile sorprendersi di cose così ben conosciute da essere considerate nient’altro che banali. Si può certamente credere che si nasconda uno spiritello dispettoso dietro ad eventi o persone, oppure, non è raro, cedere alla “magia”.
Quel libro con la copertina sciupata, per esempio, è rimasto a prendere polvere con il suo titolo illeggibile e così poco seducente: così privo di fascino all’esterno che, invece, conservava gelosamente solo al proprio interno tra le righe sbiadite sulla carta ingiallita.
E che dire della frase gettata con noncuranza dalla più scontata delle tue conoscenze, fatta apposta per aprirti a nuove considerazioni o del caso che ti ha fatto incontrare chi è capace di incidere come nessuno.
Non basta attenzione; è insufficiente persino la logica e rimane solo il “caso” o il “capriccio” di chissà quale spiritello dispettoso che si risolve a rivelare parte di quel che manca solo per godersi la stupita sorpresa di chi gli viene incontro.
Qualunque sia la fonte, conviene godersi il risultato tanto più quanto inaspettato era l’evento.
Partendo da un punto, occorre ricordare che al termine c’è da mettere un punto.
Ci sono momenti più intensi di altri; unici nel loro genere e perciò irripetibili. No, forse irripetibili è troppo perché certe cose differiscono l’una dall’altra per così poco da sembrare uguali. Sto parlando di quei momenti in cui una malattia, o addirittura la morte, ti è così vicina da farti considerare ogni particolare con l’importanza che dovrebbe avere sempre.
Basta che un dolore ti colpisca in un punto remoto del tuo corpo ed ecco che l’interezza, intesa come integrità perfetta, ripropone prepotentemente il valore di ogni sua più piccola e trascurabile parte.
Faceva caldo, lo ricordo bene, e la pelle tirata delle mani finiva per incavare i polpastrelli; ad ispessirli fino ad avere difficoltà nella percezione del tatto. La ruvidità diventava improvvisamente astratta impoverendo, però, la giustezza del toccare. Sentii alle tempie il pulsare ritmico dell’onda di sangue caldo ed il formicolio dell’immobilità non era poi così fastidioso.
Ed ecco che, a ben guardare, scopri minuscole imperfezioni di cui non avevi memoria e devi ammettere, sia pure con amarezza, di conoscerti così poco da poterti perdere in un soffio di polvere.
Dovrebbero essere più apprezzati i difetti: in fondo sono loro a renderci unici e, a volerli considerare nella loro interezza, sono proprio loro a farci voler bene. Attraversano la luce caricandosi misteriosamente di dolcezza e perdono peso o ne acquistano alla bisogna di chi guarda.
Gli stessi polpastrelli incavati erano posati gli uni vicino agli altri per mani senza calore: da qui a loro è così breve il passo che, pure, non è ancora compiuto.
Ci si deve voler bene, par di capire, sia pure a dispetto della poca virtù di chi guarda a se stesso con troppa indulgenza. Eppure, io credo, la stessa indulgenza potrebbe essere ben impiegata e spesa per ridurre tutte le travi a pagliuzze.
Farà di nuovo caldo, io spero; voglio sentire ancora il calore ungerci di sudore: unirci.
Sarà facile ricordare che la passione del darsi è diventata la dolcezza del ricevere, se le misure saranno entrambe colme e pari.
Spesso quando mancano le parole, sono i gesti ad aiutare e, in assenza di questi, non è infrequente che ci siano gli sguardi che come fili si intrecciano e rendono la trama più fitta: legando gli uni agli altri tanto da trasformare questi in dialoghi e più in là fino alla conoscenza.
Per arrivarci è necessaria la volontà di comunicare e di comprendere: l’una non disgiunta dall’altra, naturalmente. Semplicità è la chiave.
All’ignorante supponente, devi proporre l’arroganza come unica via di conoscenza?
Belle quelle ali sottili che tengono il vento, lo stringono appresso e vi si lasciano scivolare come sulle sottili caviglie che s’impuntavano a terra nel passo a due investito dalla luce sul palco.
Quell’immagine è raccolta; così che il pensiero vi possa tornare di tanto in tanto a riguardarne i colori, pure nel dispetto, già certo, di vederseli sfiorire tra la polvere del più incolore tra i colori.
Quelle gambe non sono le tue che pure ne hai di forti al punto da portarti così vicino a me.
Così come non sono tue le parole che vorresti a vestire i pensieri già così incisivi; non sono tuoi i tratti nervosi dei tuoi gesti misurati.
Questo presente che è già ricordo, lo vivranno altri per chissà quante volte e ciascuno di loro andrà immaginando che sia la prima credendoci per un attimo inghiottito dal passato.
Guarda: ci sono altre vele.



L’orizzonte si disegna così bene, oggi. Puoi vedere più in là dei tanti giorni di dubbiosa foschia, con il disegno ondeggiante che prelude alle montagne, puoi sentirti partecipe di quel colore vagamente sfumato verso l’azzurro e convincerti che questo sia un giorno speciale solo perché la luna tondeggia a ponente.
Così ci si dimentica di tutte le volte in cui la mancanza di luce ci ha fatto tacere: delle volte in cui non c’era il colore degli occhi e poi neppure del suono di voci e per ciò si cercava di bucare il buio con le mani avanti.
Puerile tentativo di toccare il conforto, lo so. Eppure è da quella solitudine che giornate come oggi diventano così speciali e, se resteremo vicini quanto basta, sentirai anche tu la canzone che mi nasce da dentro fatta di pulsare e del sommesso e roco respiro. Quel calore che si ricorda nello spazio nascosto di noi stessi che all’esterno si manifesta con un breve accentarsi della piega all’angolo del labbro e che potrebbe essere confuso col sorriso.
Sì, l’orizzonte è proprio ben disegnato anche qui dentro, dove il cielo non va a toccare il mare lisciato come velluto, dove quella canzone può narrare di un altro giorno e di un nuovo tentativo di sorriso.
Questo è il mondo degli uomini, comunque lo si voglia credere e guardare. Al di là della forza digrignante c’è e deve restare lo smarrimento puerile del buio in cui si rischia davvero di restare da soli.
Il piacere del sole di stamattina; i colori accesi della materia.
Ogni cosa si frapponga alla luce, la cattura o la riflette. Sia essa la trasparenza dell’aria più fine, dell’acqua più limpida o del cristallo più puro, ogni cosa finisce per catturarne quanto basta per definire i contorni.
Un po’ come per
Non è vero che gli uomini di vetro siano meno capaci di incidere nel dipanarsi dell’umanità. Il fatto che i più conservino una distanza da essa, infatti, non è per preservare la propria fragilità trasparente, quanto per consentire, a chi guarda con una corretta incidenza, di riflettere se stesso ed il proprio mondo con un diverso punto di vista.
Sì, è stato proprio un piacere il sole di questa mattina.
Minuscole scaglie di colore d'ali di farfalla rimaste sulle dita; così finisce quel volo sempre in forse alla ricerca del luogo che ogni bruco sogna rosicchiando le foglie.
Di certo è diverso da qui, quel posto.
Non c’è silenzio nella casa di Dio, altrimenti sarebbe un posto già visto e sofferto.
Non ci sono quelli che vivono felici e contenti, né pentole d’oro da trovare; di certo non ci sono principesse da baciare né streghe invidiose.
Qualcosa o qualcuno già c’è e ci saremo anche noi, se già non ci siamo stati.
Non sapendolo, perché nessuno ci ha detto: “Questo è il luogo sognato dai bruchi”.
Il dolore passa in fretta; più in fretta se non è il proprio e può essere che ci si compiaccia, alla fine, per il risultato che su quel dolore si tiene in piedi.
Un paio di firme al termine di un succoso contratto per succhiar via da quella terra, che da qui appare brulla e polverosa, quattro milioni di barili di petrolio.
Così capisco il compiacimento di quest’ometto per il lucroso affare.
Non mancherà di ricordare i diciannove caduti. Arriverà sulla sua grande berlina e aggiusterà una foglia d’alloro dell’immancabile corona.
Si ricordi, signore, di cancellare quel sorriso compiaciuto davanti a chi ricorda.
C’era chi scolpiva, chi dipingeva, chi suonava e chi scriveva ed in ognuno di loro, come in chiunque altro compone qualcosa, la trasforma o la domina soltanto, c’è un tratto comune che li unisce.
Occorre una domanda indiscreta e sapere ascoltare la risposta più vera.
A quella, infatti, tutti loro ti direbbero che la felicità l’hanno assaggiata in un momento; che quell’attimo è come sfuggito e che lo hanno inseguito fino alla fine dell’opera quando, molti non lo ammetteranno mai, intorno al risultato sentono ancora la traccia flebile che resta nell’aria.
Quella risposta te l’ho sentita dare quando, escludendo ogni altro effetto, mi hai detto, con il tuo inconfondibile silenzio: “Mi manchi”.