venerdì 23 maggio 2008

Questo viso così bello, abbozzato nella pietra, è stato cavato da un sasso sul quale, si dice, lo scultore ha rischiato di inciampare e cadere.
Il suo scalpello ha inciso una fisionomia; ha costretto, per tutto il tempo in cui quell’opera avrà ragione di essere riconosciuta, ad esserlo come appartenente all’uomo che ha saputo cavarne e creare un senso tutto nuovo e diverso.
Eppure, riflettendoci, un senso quel sasso l’aveva: lo stesso di ciascuna cosa prodotta dal caso, per esempio.
Sarebbe bastata un po’ più di disattenzione ed il grande scultore avrebbe potuto perdere per sempre la sua arte divina cadendo malamente; sarebbe stata sufficiente un po’ più d’attenzione e l’ostacolo contro cui il piede dell’artista ha cozzato, si sarebbe posato al sicuro più avanti.
Qui, invece, si parla ancora dell’opera che ha sottratto, fino ad annullarla, la ruvidezza ad una semplice pietra per convertirla in una forma morbida: adatta a catturare la luce, incanalarla lungo i solchi scolpiti a mimare la vita ed infonderla in una materia così diversa per consistenza e calore.
Quella pietra appartiene da sempre ad un mondo diverso: sottratta al regno delle pietre per essere consegnata, da allora e per
il resto del tempo, a quello dell’ammirazione.
Un po’ come succede ai figli che vengono sottratti alla brutalità casuale di una natura beffarda, indifferente e crudele, per essere plasmati dal nutrimento e dall’educazione.
“Ti voglio diverso e ti cambio”.
Togliendoti quel che era tuo per infonderti quel che di mio conviene tu contenga per piacermi.
Una proiezione di sé: in quel che, per piacerci, deve somigliarci tanto più intimamente da sbigottire e far restare ammirato chi guarda.
Così l’uomo dagli occhi di buio, quello che ha scolpito la pietra sulla quale ha rischiato di inciampare, è lo stesso di cui ci si contende le opere: tanto più ferocemente per il suo averci lasciato intravedere quanto di grandioso sapeva contenere dentro di sé.
Per chiunque parli di amare quel che vorrebbe diverso; che magari l’ottenga insistendo con sapienti colpi adatti a smussare, puoi star certo che ama se stesso.
È pur sempre amore, lo so. Tanto diverso dal trasporto ammirato per quel che di nuovo si ottiene fondendosi, tanto più compreso e perseguito: così tanto lontano dall’originario.