martedì 16 giugno 2009


Spirito olimpico? Figuriamoci; ci si batte per la vittoria, per entrare nei libri di storia, anche se solo locale, marginale, effimera. Nella grandezza della vittoria si riconosce chiunque: lo spazio, d’altra parte, non difetta; tanto che vi trovano posto tutti i sentimenti compresi, si capisce, anche quelli più abietti accanto a quelli dichiaratamente nobili.

Nessuno, tranne i predestinati naturali, prende minimamente in conto la sconfitta. Chi è sconfitto è “sfigato”, “perdente” o, addirittura “nullità” secondo come sia dipinto dal vincitore di turno. Lo sconfitto non scrive la storia poiché la interpreta, sia pure da un punto di vista marginale: la sussurra, piuttosto che declamarla; la rinnega perché non può vantarsene e, in ultima analisi, finirà per suggerirne una alternativa e diversa che finirà per essere condivisa da ogni altro sconfitto come lui.

Che dire ancora delle sconfitte che tutti rinnegano e che, però, di tanto in tanto, ci trovano ad ingrassarne le fila?

Sì, sarebbe bello stare tra coloro che possono sbeffeggiare in eterno i deboli pur certi che la debolezza ha il pregio di attaccarsi a chiunque e non disdegnare proprio nessuno.

Delle sconfitte ne so abbastanza da essermene affezionato, da non saper rinunciare a nessuna di loro per seguire l’insegnamento che mi è stato impartito tanto, proprio tanto tempo fa: “Si impara solo dagli errori” ed io, a contarli tutti i miei errori, dovrei aver imparato abbastanza da riempire più di una vita intera.

Ne posso vivere una soltanto, lo so.

Pur senza riuscire a spiegarmi come possano esserci tanti vincitori e così pochi sconfitti, cercherò le mie risposte senza sapere da dove cominciare; proprio come sempre e partendo da qui: da un’isola angusta e molto spesso sommersa, ma mai abbastanza a lungo per essere cancellata.

Non ancora, almeno.