mercoledì 10 giugno 2009


Il pitocco è, per definizione, il timoroso mendicante, quello che guarda da sotto in su e non insiste a puntare gli occhi addosso a nessuno, quello che parlotta con i gorgoglii del suo stomaco e che non conta neanche più le sue croste.

È quella presenza ingombrante, benché se ne stia preferibilmente in angoli lontani, è l’indisponente silenzio nel quale sembra poter richiamare chiunque con il suo solo affacciarsi alla luce.

Meglio cambiare strada o, ancor meglio, che la cambi lui: che torni a casa sua!

Il comizio si è appena concluso ed il pugno agitato per aria ha gonfiato i petti di feroce difesa del suolo patrio: che tornino a casa loro, i pitocchi, lontano da strade e città.

Al di là di ogni pugno agitato per aria, però, c’è innegabile la verità che il pitocco non ha casa o, per meglio dire, non può distinguere il suo posto che, qui come altrove, è quel che resta al di là di ogni parco, di ogni recintata proprietà: al limitare della zona impervia di stecchi e lamiere, prossimo alle pozze stagnanti. Il pitocco esiste perché ciascun miserabile può beneficiarlo di elemosina, anche se, molto spesso, in cambio pretenderà ora il suo corpo, ora la sua anima o, magari, tutte e due le cose insieme.

Al pitocco non puoi chiedere del senso della vita: il gorgoglio del suo stomaco ti avrebbe già risposto e non puoi proporgli cultura e gusto del bello quando ogni sapore ha lo stesso sapore.

Ma sì, che tornino a casa loro e al diavolo se quel posto da dove vengono l’abbiamo comprato anni fa per due centesimi; si fanno sempre ottimi affari con gli affamati.