giovedì 14 maggio 2009


È lontana Arlon da adesso, da qui. Se ne sta sotto le sue nuvole a spiare la pioggia che potrebbe bagnarla ancora e che, di certo, tornerà.

Qui c’è il sole ed il vento caldo e umido da sud che sostiene i gabbiani e spettina i pini; qui ci sono i vecchi nella piazza popolata dai piccioni, ad indicarsi l’un l’altro un punto imprecisato della strada ostile; qui ci sono rumori impazienti e i sorrisi sfottenti di chi non crede di dover andare da nessuna parte. Sono tornato qui senza trovare il posto che, a pensarci bene, non ho mai avuto davvero se non al riparo di una scogliera amara da cui filtra, sporadica, acqua sporca che nutre un verde illusorio.

Una fede incrollabile mi ha tenuto all’oscuro di quanto mondo ci fosse ancora al di là del mare, di quanta parte di questo orizzonte non è stato ancora visto e di quanti altri suoni ci siano da ascoltare.

La certezza si è scalfita poco a poco, sgretolandosi proprio come il cemento esposto alla salsedine; finendo per gemere lacrime brune di ruggine friabile.

Parlando una lingua che conosco appena ho letto la compassione in chi ci guarda da lontano: la spiegazione a quello scuotere le spalle alle belle giornate di sole, ai profumi poco alla volta soffocati dalla fretta di apparire quel che non siamo, al nostro essere sempre più soli e sempre più poveri e lontani da quel che credevamo essere.

Ed è davvero lontana Arlon e la sua promessa di pioggia che rallenta il tempo lasciando alle grandi chiocciole di essere padrone dei vialetti, le sue insegne discrete ad indicare dove trovare spiccioli di riparo e ristoro.

Guardo questo cielo e mi sorprendo a scuotere le spalle anch’io pure se qui sciamano ragazzini difficili da tenere insieme ed interessare a qualcosa per più di un minuto.

Cercherò di stare più attento ai profumi e a tenermi stretta la musica e le parole di cui conosco il significato, cercherò di tenermi stretto quel che resta di una fede ora impossibile da mantenere: lo farò certamente fino a quando non tornerò ad Arlon.