lunedì 7 settembre 2009


Non potevo non notarli: cane e padrone uniti da un guinzaglio mai teso e dallo stesso sguardo senza più ambizioni. Che percorressero la stessa strada da chissà quanto tempo è stato chiaro quando, pur nell’incedere lento, ambedue hanno girato l’angolo venendomi incontro.

Non sono sicuro abbiano fatto caso al mio improvviso, inspiegabile interesse; non fino a quando, ormai vicinissimi, ho dovuto spostarmi un po’ per lasciarli passare.

Le scarpe sono quelle comode che non hanno mai avuto un periodo di fortunata moda, intaccate solo su un lato della suola e del tacco per la postura decennale. Tutto il vestire dell’uomo dice che è solo e che è lui stesso che bada a tenersi in ordine.

Sono soli tutti e due: abbandonati dai sogni che non li hanno traghettati mai verso l’altra sponda del futuro; sembrano aver coscienza di dove andare e, proprio in ragione di quest’ultima consapevolezza, hanno scelto l’andatura più lenta per arrivarci.

“Mi scusi” dico scansandomi senza smettere di cercare il suo sguardo.

Sembra annuire con i suoi occhi arrossati dai troppi giorni di luce e buio; le palpebre si abbassano quel tanto che basta perché lasci ad entrambi il passo.

Riprendono ad andare a memoria, uno vicino all’altro senza aspettare nient’altro che, forse, un altro giorno ed un'altra camminata sullo stesso percorso e, certamente, sperano di non lasciarsi: non ora.

Meglio non pensarci ed andare.

E’ tutto qui il futuro?