Vorrei appartenere a quanti credono si possa ricominciare, dare una svolta alla propria vita, in un punto qualunque di essa; a tutti quelli che credono nella magia dei segni e a questi s’affidano certi che le combinazioni non avvengono per caso; a chi ha sentito una volta sola la vera voce del senso più profondo che trasforma la vita stessa in un disegno non conoscibile, ma ugualmente bellissimo.
Vorrei davvero essere tra coloro che si affidano fiduciosi: a loro e alla loro stessa spensierata gaiezza degli agnelli prima di pasqua; credere che salire più in alto mi avvicini alla luce, piuttosto che al buio più profondo e che tutto sia scritto già nel suo principio.
Quel che davvero vorrei, lo confesso, si è perso nel tempo ed è rimasto oltre una fila serrata di monti che fisicamente, più che idealmente, mi teneva distante abbastanza dal senso più profondo che mai abbia vissuto. A quel periodo, foss’anche per l’ultimo istante di questa bislacca vita, avrei da tornare pur sapendo, già da ora,quanta pena mi graverebbe sul petto.
A te, il cui nome si è inciso qua dentro, ho versato in questi anni l’aridità: alimentata fino ad adesso quale tributo, non dovuto, ma necessario e sacro … solo a me.
Vi guardo cercando di non vedervi mentre vi chiudete in un mondo migliore lasciando fuori, oltre me, chiunque altro non ne abbia parte: voi, amanti amati e l’un con l’altro intrisi di quell’affetto di cui avverto solo il superficiale tepore.
Pesa sul mio petto togliendomi parte di quel fiato che avrei a dedicare a chi m’ha voluto e, coscientemente e no, ancora mi vuol bene: gliene faccio torto e me ne vergogno.
Se solo trovassi il capo del filo sottile che ha creato questo nodo …
