sabato 11 aprile 2009


Ho visto già i muri con gli spigoli addolciti dal bianco accecante della calce, le sbreccature che hanno contorni indefinibili di isole e continenti uniti tra loro dal medesimo colore.
Ho ancora la vista di foglie ingiallite dal calore di un sole che pretende che tutto, sotto di sé, assuma la tonalità rugginosa o, quanto meno, che si asciughi lo scorrere di linfe e umori quando già tra i contrafforti di rocce erti a difesa del vento salato la macchia resiste e s’impone mostrando, tra le spine, ciuffi di lana a resa di una lotta mai dichiarata.
Quanta distanza da qui.
Qui dove c’è un cielo al quale le nuvole non fanno difetto e, dove una vita non s’arrende al grigio che piove di tanto in tanto, dove ci si ingegna a ripetere i colori che, spontanei, trovi di rado mentre nell’aria, che dev’essere più densa di quanto ti aspetti, ci si propone l’un l’altro a voce bassa.
Una vita in punta di piedi nella città delle bambole che, di contro al luogo da cui provengo, non sembra chiedere altro che di essere compresa per quello che è.
Per conoscere distanza e differenza tra questo posto che parla lingue diverse, sentirò che dicono le ortiche.