mercoledì 24 dicembre 2008


Con questi miei occhi chiusi, ho visto.
Non le navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, no. Quelle è possibile che qualcuno tra voi le abbia viste.
Ma ho visto cose diverse ed uniche quando il saggio indicava la luna: ho visto, ad esempio, la faccia di chi guardava il dito, quella di chi guardava la luna e di quanti si guardavano l’un l’altro a misurare la certezza di esserci.
I miei occhi sono quelli che rispondono ad un nome, che si addolciscono pur senza vedere niente; spalancati nel buio che non bucano a ricercare una luce purché sia.
Ho qui con me l’intensità di un attimo denso, e la vacuità dell’aria rarefatta di montagna e, pure se può apparire bizzarro, qui dentro ci sono le voci di chi canta canzoni e le grida di chi non ottiene giustizia tutte rinchiuse in un involucro liscio di silenzio.
Vorrei chiedere cose e non so a chi né come domandare; vorrei poter raccontare di storie senza dover cominciare daccapo ogni volta.
Me ne resto ad ascoltare il suono di una corda tesa che vibra nell’aria ferendola di un suono solo, immaginando come debba essere un’armonia completa e di quante corde ha bisogno.
Il sapore dolciastro della commozione torna a farsi sentire e non vale. Non ho a chi offrirlo e per me è pure troppo. Ne lascio qui accanto quanto basta alla bisogna, semmai mi trovassi a ripassare.