
Che male c’è a scrivere una lettera a Babbo Natale?
Di questi tempi, poi: assolutamente normale farlo e ammetterlo, soprattutto.
Chiedere, dopotutto, non costa niente, ma alimenta un lungo periodo di speranza che magari ti traghetta verso un nuovo punto di partenza per immaginare un’altra speranza e così via.
Nel mondo delle illusioni a buon mercato, meglio approfittarne senza scavare troppo; senza doversi confrontare con la logica.
Così prendo la penna in mano e su un foglio scarabocchiato da un lato solo, posso scrivere la mia.
Dovrei pensare a cosa offrire in cambio della lunga lista di cose da chiedere: mi hanno insegnato che è così che si fa fin da quando il Signor Babbo Natale era ancora Gesù Bambino.
Il motivo per cui ha avuto più successo il primo rispetto al secondo, è da attribuire, ne sono convinto, nella possibilità del probabile effetto di senilità del vecchio signore rispetto al figlio piccolo del Signore.
Non devo soffermarmi su questi particolari, altrimenti non finirò neanche l’inizio di questa lettera che è diretta chissà dove e che chissà quando e come sarà letta.
Devo stare attento ad essere chiaro, univoco e soppesare bene ogni offerta per farla bilanciare con ciascuna richiesta; così passo a valutare cos’ho da offrire.
Già, che ho da dare?
Non voglio cedere alla tentazione di assolvermi senza neanche prendere in considerazione il desolante vuoto che improvvisamente mi si spalanca dentro; non è giusto.
Sono davvero una persona buona, giusta quel tanto che basta, sono riuscito ad offrire qualcosa di mio a chi ne aveva bisogno?
Le risposte sono spesso difficili da dare rispetto alle domande che, dopo la prima, solitamente la più scomoda, finiscono per affiorare come gocce d’olio nell’acqua calda tutte insieme.
Non ho molto da offrire e non credo che l’estemporanea elemosina, che posso ripromettermi di fare presto, sanerà in modo soddisfacente il grande senso di vuoto che si è venuto a creare.
Sul foglio ancora bianco, privo di qualsiasi traccia di scrittura a parte lo scarabocchio, devo ancora riversare quanto ho da offrire in un pianeta che solo a volte sembra immenso, mentre altre volte sembra così piccolo e modesto.
Divorare le distanze e trovarmi sbattuta in faccia la prova di quanto costa la mia attesa di scrivere qualsiasi cosa su un foglio usato una volta sola e per puro capriccio?
A chi ho tolto la possibilità di scrivere, per esempio?
Ho uno stomaco che non brontola per mancanza di alimenti, un tepore tutto sommato sufficiente a tenermi vivo e una buona porta per tener lontano da me chi potrebbe guardarmi in casa con cupidigia.
Tutto questo costa; ed io lo so bene.
In un mondo dove ogni cosa può solo spostarsi, anche la ricchezza segue questa regola e la mia, per quanto modesta, è stata sottratta a qualcun altro.
La ricchezza di ciascuno, dunque, potrebbe essere diversamente distribuita: chi lo ripete ricordandolo ad altri, spesso non ne ha pienamente diritto o non ne ha affatto.
Le risorse naturali come l’acqua da bere, l’aria da respirare, lo spazio da occupare e persino il panorama da ammirare, sono da condividere, piuttosto che da difendere chiudendo a chiave questo o quel sito; diversamente, è accaparrarsene l’esclusiva in danno di altri.
La mia stessa vita, dunque, è possibile perché qualcosa d’altro, già vivo, mi ha lasciato la possibilità di perdurare, di sopravvivere.
Tutto tranquillo perché non si sente la vita urlare, quando se ne va davvero, anche se atterrisce meno quando si vuol sopravvivere e se ne hanno i mezzi.
Discorso complicato da scrivere su una lettera.
Improvvisamente lo scarabocchio mi sembra la cosa più sensata da lasciare su questo foglio, peraltro bianco.
Per far felice qualcuno, sia pure inconsapevolmente, si dovrebbe sparire semplicemente ed infischiarsene del vuoto che si lascia. Non esiste altra prova di generosità altrettanto valida: tutto l’argomentare sulla difesa del valore della vita, può essere drasticamente ridimensionato ad un semplice “acceso / spento” dove, se è acceso qui, dev’essere spento altrove.
Ineludibile logica, vecchio mio.
Meglio conservare il foglio scarabocchiato per un’altra, più utile occasione: ho già più di quanto mi serve davvero.
Di questi tempi, poi: assolutamente normale farlo e ammetterlo, soprattutto.
Chiedere, dopotutto, non costa niente, ma alimenta un lungo periodo di speranza che magari ti traghetta verso un nuovo punto di partenza per immaginare un’altra speranza e così via.
Nel mondo delle illusioni a buon mercato, meglio approfittarne senza scavare troppo; senza doversi confrontare con la logica.
Così prendo la penna in mano e su un foglio scarabocchiato da un lato solo, posso scrivere la mia.
Dovrei pensare a cosa offrire in cambio della lunga lista di cose da chiedere: mi hanno insegnato che è così che si fa fin da quando il Signor Babbo Natale era ancora Gesù Bambino.
Il motivo per cui ha avuto più successo il primo rispetto al secondo, è da attribuire, ne sono convinto, nella possibilità del probabile effetto di senilità del vecchio signore rispetto al figlio piccolo del Signore.
Non devo soffermarmi su questi particolari, altrimenti non finirò neanche l’inizio di questa lettera che è diretta chissà dove e che chissà quando e come sarà letta.
Devo stare attento ad essere chiaro, univoco e soppesare bene ogni offerta per farla bilanciare con ciascuna richiesta; così passo a valutare cos’ho da offrire.
Già, che ho da dare?
Non voglio cedere alla tentazione di assolvermi senza neanche prendere in considerazione il desolante vuoto che improvvisamente mi si spalanca dentro; non è giusto.
Sono davvero una persona buona, giusta quel tanto che basta, sono riuscito ad offrire qualcosa di mio a chi ne aveva bisogno?
Le risposte sono spesso difficili da dare rispetto alle domande che, dopo la prima, solitamente la più scomoda, finiscono per affiorare come gocce d’olio nell’acqua calda tutte insieme.
Non ho molto da offrire e non credo che l’estemporanea elemosina, che posso ripromettermi di fare presto, sanerà in modo soddisfacente il grande senso di vuoto che si è venuto a creare.
Sul foglio ancora bianco, privo di qualsiasi traccia di scrittura a parte lo scarabocchio, devo ancora riversare quanto ho da offrire in un pianeta che solo a volte sembra immenso, mentre altre volte sembra così piccolo e modesto.
Divorare le distanze e trovarmi sbattuta in faccia la prova di quanto costa la mia attesa di scrivere qualsiasi cosa su un foglio usato una volta sola e per puro capriccio?
A chi ho tolto la possibilità di scrivere, per esempio?
Ho uno stomaco che non brontola per mancanza di alimenti, un tepore tutto sommato sufficiente a tenermi vivo e una buona porta per tener lontano da me chi potrebbe guardarmi in casa con cupidigia.
Tutto questo costa; ed io lo so bene.
In un mondo dove ogni cosa può solo spostarsi, anche la ricchezza segue questa regola e la mia, per quanto modesta, è stata sottratta a qualcun altro.
La ricchezza di ciascuno, dunque, potrebbe essere diversamente distribuita: chi lo ripete ricordandolo ad altri, spesso non ne ha pienamente diritto o non ne ha affatto.
Le risorse naturali come l’acqua da bere, l’aria da respirare, lo spazio da occupare e persino il panorama da ammirare, sono da condividere, piuttosto che da difendere chiudendo a chiave questo o quel sito; diversamente, è accaparrarsene l’esclusiva in danno di altri.
La mia stessa vita, dunque, è possibile perché qualcosa d’altro, già vivo, mi ha lasciato la possibilità di perdurare, di sopravvivere.
Tutto tranquillo perché non si sente la vita urlare, quando se ne va davvero, anche se atterrisce meno quando si vuol sopravvivere e se ne hanno i mezzi.
Discorso complicato da scrivere su una lettera.
Improvvisamente lo scarabocchio mi sembra la cosa più sensata da lasciare su questo foglio, peraltro bianco.
Per far felice qualcuno, sia pure inconsapevolmente, si dovrebbe sparire semplicemente ed infischiarsene del vuoto che si lascia. Non esiste altra prova di generosità altrettanto valida: tutto l’argomentare sulla difesa del valore della vita, può essere drasticamente ridimensionato ad un semplice “acceso / spento” dove, se è acceso qui, dev’essere spento altrove.
Ineludibile logica, vecchio mio.
Meglio conservare il foglio scarabocchiato per un’altra, più utile occasione: ho già più di quanto mi serve davvero.
