
Mi è parso di aver sentito la voce lamentosa levarsi appena più alta del mormorare solito che qui intorno si spiega di tanto in tanto.
Una nota più acuta, un semitono destinato a perdersi in questo mare stanco di spumeggiare.
Resta l’impressione o poco più; da lavare via insieme ai cristalli opachi di sale che s’incrostano sui vetri e che arrossano gli occhi. C’è da aspettare che il vento si distolga da qui o, magari, si addensi più tardi e più avanti dopo quest’attimo di pace.
Su questo scoglio amaro che ferisce di sola presenza, in questo riparo che, per quanto piccolo, è quasi sufficiente, beffardamente contrapposto al niente che si espande tutto intorno; restiamo io e questa presenza ormai muta che era voce ed ora non è altro che vuoto da riempire: senza fretta, procurando, semmai, di ritrovare altro, insensibile vuoto alla fine.
Le voci si raccolgono unite come in una canzone mandata a memoria di cui sfuggono solo poche e marginali parole; ciascuna inviata con il calore del proprio fiato col quale si accompagna la fede con la certezza che duri più della nuvola di vapore su cui la supplica pare poggiare.
Ciascuno ha diritto a parlare con Dio ed ognuno dovrebbe, almeno una volta, mettersi da parte e indicare, tanto a Lui quanto a se stesso, dove c’è da appuntare attenzione; immaginando di farne parte. In questo modo il Suo silenzio sarebbe il nostro, di ciascuno di noi: esattamente com’è, insomma, ma con spiegazione convincente.
Quanto più si afferma la statura dell’uomo consapevole, tanto più si dissolve la presenza divina: è inevitabile.
Lo è meno l’ineludibile responsabilità che solo l’egoismo espresso da ciascuno cerca di nascondere. Un po’ come chi trovandosi a raccogliere cibo da terra, vada a caricarlo dietro le spalle senza chiedersi come mai quel peso non vada ad aumentare, come dovrebbe. Non è evidente l’inutilità di quella raccolta che non può conservare, e tanto meno disporre in futuro, perché non fa accumulare?
Tanto non importa a nessuno e, passata questa pena, importerà poco o niente persino a me stesso che quella voce devo aver sentito. Basterà chiudere gli occhi una volta soltanto e lavar via ogni minuto cristallo di sale con un solo rapido abbassare di ciglio.
L’orizzonte resta lontano.
Continuo ad ascoltare il silenzio, mio complice; obbligandomi a non cedere alla lusinga di elevare voce da questa muta melodia che, così com’è, pare perfetta e del peso sufficiente a farmi gemere un poco: solo quel tanto che basta.
Una nota più acuta, un semitono destinato a perdersi in questo mare stanco di spumeggiare.
Resta l’impressione o poco più; da lavare via insieme ai cristalli opachi di sale che s’incrostano sui vetri e che arrossano gli occhi. C’è da aspettare che il vento si distolga da qui o, magari, si addensi più tardi e più avanti dopo quest’attimo di pace.
Su questo scoglio amaro che ferisce di sola presenza, in questo riparo che, per quanto piccolo, è quasi sufficiente, beffardamente contrapposto al niente che si espande tutto intorno; restiamo io e questa presenza ormai muta che era voce ed ora non è altro che vuoto da riempire: senza fretta, procurando, semmai, di ritrovare altro, insensibile vuoto alla fine.
Le voci si raccolgono unite come in una canzone mandata a memoria di cui sfuggono solo poche e marginali parole; ciascuna inviata con il calore del proprio fiato col quale si accompagna la fede con la certezza che duri più della nuvola di vapore su cui la supplica pare poggiare.
Ciascuno ha diritto a parlare con Dio ed ognuno dovrebbe, almeno una volta, mettersi da parte e indicare, tanto a Lui quanto a se stesso, dove c’è da appuntare attenzione; immaginando di farne parte. In questo modo il Suo silenzio sarebbe il nostro, di ciascuno di noi: esattamente com’è, insomma, ma con spiegazione convincente.
Quanto più si afferma la statura dell’uomo consapevole, tanto più si dissolve la presenza divina: è inevitabile.
Lo è meno l’ineludibile responsabilità che solo l’egoismo espresso da ciascuno cerca di nascondere. Un po’ come chi trovandosi a raccogliere cibo da terra, vada a caricarlo dietro le spalle senza chiedersi come mai quel peso non vada ad aumentare, come dovrebbe. Non è evidente l’inutilità di quella raccolta che non può conservare, e tanto meno disporre in futuro, perché non fa accumulare?
Tanto non importa a nessuno e, passata questa pena, importerà poco o niente persino a me stesso che quella voce devo aver sentito. Basterà chiudere gli occhi una volta soltanto e lavar via ogni minuto cristallo di sale con un solo rapido abbassare di ciglio.
L’orizzonte resta lontano.
Continuo ad ascoltare il silenzio, mio complice; obbligandomi a non cedere alla lusinga di elevare voce da questa muta melodia che, così com’è, pare perfetta e del peso sufficiente a farmi gemere un poco: solo quel tanto che basta.
