
Quando non riesco a sentire i miei pensieri, mi sposto di lato, mi fermo addirittura, lasciando la corrente fluire per cercare quella voce sommessa, quello sguardo di fuoco che mi guarda attraverso e mi scopre quel tanto che basta a farmi sentire più nudo e più solo.
Era ora quel momento, un attimo fa: trascorso, già storia.
Ora che tutto dev’essere chiaro; che si dispone in ordine logico, in modo che chiunque capisca, io compreso; ora che l’effetto conosce la sua causa e l’imponderabile cancella la paura illuminando qualsivoglia segreto; in questo momento, dicevo, dove alla fede e al rispetto dovuto si conserva il giusto rango del perdono richiesto all’ignoranza: un attimo ancora, ti prego.
Perché la deriva non mi porti via, lontano da me stesso cancellando quanto di buono, o almeno in quel che credo sia, venga travolto dalla grandezza dei numeri.
La ragione, che la logica crea una volta e che pone a dispetto nella marea dissolvente di gocce ignoranti, seppure numerose, ha un suo compito imprescindibile ed apparentemente inutile: arginare l’inarrestabile.
Così, come uno scoglio flagellato dalla furia del mare è destinato ad essere limato in eterno; per ogni cosa è da conoscerne la causa, prima di opporre un’inutile resistenza purché sia.
Appare chiaro come all’umanità dolente, che oppone alla logica di equa suddivisione la pretesa di mantenere incongrue disuguaglianze, possa resistere con la sola giustizia possibile della legge matematica: l’impossibilità di qualsiasi risultato.
Divisione per zero, insomma.
Che tutta la ricchezza accumulabile o solo concettualmente ipotizzabile resti dov’è per mancanza di unità di divisione.
Zero, appunto; cui puoi aggiungerne moltissimi altri o sottrarne altrettanti senza scuoterne la natura.
Voler bene alla vita significa dunque anche questo: rinunciare a dividere rinunciando a moltiplicarsi?
La coscienza opposta all’istinto e al diavolo ogni rivoluzione, ogni sovversione dello status quo, della disparità, dell’esistenza dell’egoismo da erigere nell’inutilità del tempo che in modo determinato passa ugualmente, indifferentemente.
Dovrei tornare indietro, dici?
Avrei dovuto pensarci prima di generare un altro individuo cui delegare il compito di pretendere d’essere compreso come divisore, lo so.
È vero, lo ammetto.
Avrei dovuto annullare ogni dividendo contribuendo a non incrementare il divisore o, meglio, a tacere e non tentare di seccare questa pianta ritorta che cresce e si alimenta affondando le radici puntute in quest’arida terra che inganna i sognatori e i poeti con i suoi fiori.
I fiori, appunto, sono solo fiori e non regali per gli occhi o spicchi di profumo.
Lo so bene; nonostante voglia regalarne ancora pure in questo margine che mi sono ritagliato: offrirne ancora uno, uno solo.
Ed era ora: quell’attimo, un attimo fa.
Era ora quel momento, un attimo fa: trascorso, già storia.
Ora che tutto dev’essere chiaro; che si dispone in ordine logico, in modo che chiunque capisca, io compreso; ora che l’effetto conosce la sua causa e l’imponderabile cancella la paura illuminando qualsivoglia segreto; in questo momento, dicevo, dove alla fede e al rispetto dovuto si conserva il giusto rango del perdono richiesto all’ignoranza: un attimo ancora, ti prego.
Perché la deriva non mi porti via, lontano da me stesso cancellando quanto di buono, o almeno in quel che credo sia, venga travolto dalla grandezza dei numeri.
La ragione, che la logica crea una volta e che pone a dispetto nella marea dissolvente di gocce ignoranti, seppure numerose, ha un suo compito imprescindibile ed apparentemente inutile: arginare l’inarrestabile.
Così, come uno scoglio flagellato dalla furia del mare è destinato ad essere limato in eterno; per ogni cosa è da conoscerne la causa, prima di opporre un’inutile resistenza purché sia.
Appare chiaro come all’umanità dolente, che oppone alla logica di equa suddivisione la pretesa di mantenere incongrue disuguaglianze, possa resistere con la sola giustizia possibile della legge matematica: l’impossibilità di qualsiasi risultato.
Divisione per zero, insomma.
Che tutta la ricchezza accumulabile o solo concettualmente ipotizzabile resti dov’è per mancanza di unità di divisione.
Zero, appunto; cui puoi aggiungerne moltissimi altri o sottrarne altrettanti senza scuoterne la natura.
Voler bene alla vita significa dunque anche questo: rinunciare a dividere rinunciando a moltiplicarsi?
La coscienza opposta all’istinto e al diavolo ogni rivoluzione, ogni sovversione dello status quo, della disparità, dell’esistenza dell’egoismo da erigere nell’inutilità del tempo che in modo determinato passa ugualmente, indifferentemente.
Dovrei tornare indietro, dici?
Avrei dovuto pensarci prima di generare un altro individuo cui delegare il compito di pretendere d’essere compreso come divisore, lo so.
È vero, lo ammetto.
Avrei dovuto annullare ogni dividendo contribuendo a non incrementare il divisore o, meglio, a tacere e non tentare di seccare questa pianta ritorta che cresce e si alimenta affondando le radici puntute in quest’arida terra che inganna i sognatori e i poeti con i suoi fiori.
I fiori, appunto, sono solo fiori e non regali per gli occhi o spicchi di profumo.
Lo so bene; nonostante voglia regalarne ancora pure in questo margine che mi sono ritagliato: offrirne ancora uno, uno solo.
Ed era ora: quell’attimo, un attimo fa.
