venerdì 12 dicembre 2008


Ti trovo qui, dove non mi sarei mai aspettato ed è come sentire un sasso che cade dentro ad un pozzo; che batte, senza impigliarsi, in ogni asperità della parete fino a farti desiderare di sentire il tonfo sordo del fondo.
Viene da affacciarsi a quel pozzo, guardarci dentro per riuscire almeno a vedere il contorno della propria testa contro la luce prigioniera là sotto. Invece niente; me ne resto a guardare un punto senza senso e senza alcuna storia in questo orizzonte che non significa niente.
È bastato il tuo nome per ricordarmi da dove sono partito tanto tempo fa; è bastato sentirti vicino per rispedirmi a cercare i miei passi, le tracce lasciate a macerare sotto acqua e vento.
Ed eccomi qui, ora come allora, con gli stessi difetti di sempre ed uno su tutti che non ho mai confidato a nessuno di conoscere. A te è diverso, a te posso e, anzi, devo.
Si tratta di quella stessa forza invisibile che ho visto cogliere alle piccole barche fatte coi gusci di noce, stecchini e mollica di pane quando le misi a navigare in una bagnarola.
In quella conca, che non somiglia per niente al mare, le barche cariche di un peso eccessivo, si lasciavano attirare tra loro e tutte insieme verso i bordi.
Inutile forzarle a solcare in modo corretto, logico e ludico quel tratto pur breve: finivano per coricarsi di lato ed andare a giacere sul fondo.
Ecco, io come quei giochi, sono stato afflitto dallo stesso inesorabile difetto: sempre troppo ai margini, sempre troppo tendente a coricarmi e terminare.
Tutto questo senza neanche rendermi conto di quanto ci fosse da seguire, studiare, intervenire; senza riuscire a dosare la forza volta per volta senza spenderla tutta per un’unica contesa.
Che dire d’altro e di più?
Che sapendo guardare solo a tratti questa giostra che è la vita, questa macchina che gira tra luci ed ombre con la musica alzata forte a coprire la miseria degli ingranaggi; che di tutto questo, dicevo, non ho visto che un pezzo per volta e chissà perché mai ritenga di averne visto abbastanza?
Ad un impegno sono riuscito a tener fede: non insegnare niente a nessuno, giacché non ho niente di buono da dare. Per il resto ho segnato i punti a vantaggio della vita togliendoli a me uno per volta e senza barare.
Altrove si chiamano perdenti quelli che fanno come me; però di vincenti non ne ho mai conosciuto uno nonostante siano i mediocri a gridare più forte di tutti che non è vero.
Strana sensazione quella che provo, ti assicuro. Rileggere che mi cerchi ancora malgrado il tempo di vuoto trascorso.
Io che non ricordo quando ho smesso di essere figlio, né di aver mai cominciato davvero; io che padre lo sono a mia volta e dubito d’esserlo come pensavo si dovesse, rileggo il tuo nome accanto al mio e non c’è polvere sopra.
A ciascuno dovrebbe essere dato il perdono senza chiederlo.
Non a me, comunque, che ho lasciato senza troppi rimpianti che il tempo si prendesse i miei punti senza neanche tentare di barare una volta.
Dovevo darti una risposta e questa non è forse quella giusta, ma è l’unica che ho, papà.