martedì 3 giugno 2008

“Mi piace”. In due parole si condensa un pensiero complesso, contraddittorio e apparentemente slegato. Evito di inerpicarmi su percorsi che aprono a nuove nervature: proprio come i rami da frutto, proprio come quelle delle ali di insetti.
Fare caso a quel che si dice, per esempio, è un modo tutt’altro che trascurabile di carpire il senso più profondo.
Sono proprio le parole, che inspiegabilmente sono dette, a dover essere interpretate con pazienza: con questa ed un po’ di passione, rivelano quella parte di pensiero che le ha generate.
Così succede ogni volta che mi si chiede perché sto qui o per le volte che si è interessati a quel che m’incanta.
Il pensiero corre e trova ginestre fiorite e zanzare; il legno secco curvo sotto la sferza salata ed il germoglio; il muro sbrecciato e l’odore dei fiori di campo; la linea indistinta dell’orizzonte dietro al volo affamato dei gabbiani.
Tutto sciolto, diluito e disseccato ancora.
Quel poco che c’è da capire, insomma, non vale la pena essere spiegato; tra quel che si dice e quel che si pensa, dunque, si può lasciare un piccolo spazio dove ciascuno attinge pur senza riuscire mai a cogliere tutto.
Lavoro assicurato per i critici e per i cialtroni come me.
La bellezza, pare dicano i beduini, è negli occhi di chi guarda.
L’essenza, invece, è ovunque si voglia e mi piace così.