domenica 28 settembre 2008


Hai ragione a sentenziare che queste pagine non sono importanti davvero; continui ad averne quando punti il dito su problemi più seri che non il mio, particolare, insignificante o marginale modo di sentire.
Vorrei saper guardare all’impegno, che mi pare tu profonda, allontanando da me la tentazione di appuntare attenzione, risvegliare la memoria, chiedermi il perché tanta veemenza sembra scorrerti nelle vene.
Ed invece eccomi qui, a considerare come la luce di oggi sia più vivida; di come piccole correzioni di rotta consentano ai gabbiani di guardare in faccia il vento; ad ammettere che la forza silenziosa di un’erba, di cui neanche conosco il nome, abbia potuto rompere pietra e cemento.
Marginale, come la vita di alcuni, uno tra i tanti: indistinto.
Dovrei vergognarmi di mancare all’appello della Storia?
Francamente non sono poi così certo che appartenere alla tua Storia mi piaccia davvero: mi ricordo di te quando impugnavi stendardi di diritti immensi, universali; di quando dicesti che avresti difeso con la tua stessa vita il valore della vita di tutti perché ti era intollerabile anche la più piccola delle diseguaglianze.
Da quella Storia da cui mi tengo a margine, per quanto possibile, si propugnano libertà universali e particolari guadagni, livore divino e mediocrità comune.
Libertà?
Che sia da intendersi come la possibilità di invocare?
No, non m’interessa, amico mio.
C’è un toro, qui, rosso e possente che intima a chiunque di tenersi lontano. Strappa la terra e scorteccia gli alberi mugghiando feroce all’indirizzo di chiunque. È signore qui: in un recinto fatto con legno di scarto e la sua progenie, e lui stesso, conoscerà la sorte segnata.
Dimmi come conti di uscire da questo recinto che ci tiene insieme ai nostri stessi rifiuti e, forse, lascerò le mie righe per le tue.