lunedì 11 agosto 2008

Un granello di riso ed un nome inciso che vaga in un contenitore trasparente: me ne ricordo e dentro di me sorrido per la pazienza e perizia dell’incisore. Un valore pari alla sera umida e calda di tanto tempo fa, già perduta nell’impasto di una storia mai scritta e riemersa per caso.
Le spallette del ponte coperte di gente che aspira l’aria di ponente guardando al cielo che si poteva solo immaginare stellato.
Il dieci agosto di tanto tempo fa con le stelle che tardano a cadere e la carezza di una sera che sembra far bollire la pelle di nuovo, appiccicoso sudore.
Un granello di riso che porta inciso il mio nome.
Cos’altro è un nome se non la memoria di un tempo vissuto all’istante e pronto a cancellarsi sotto la polvere di altri nomi, altri granelli e altra storia?
È un nome; uno tra tanti ed è mio fino a quando non dovrò lasciarlo per farlo rannicchiare nello spazio indistinto di un ricordo che vacilla e si confonde.
Avrei dovuto pretendere di scriverne cento di nomi, o un altro soltanto.
Il nome che mi riporta al primo sì, alle palpebre che si socchiudono, mentre lasciano uscire un soffio di fiato.
Il nome di chi mi ha sorriso nonostante la ruvidezza di un tempo scalciante.
Il nome: quella parola che racchiude un tempo e un evento e che significa tanto per così poco che sembra uno spreco pronunciarla soltanto.
Così i pronomi hanno preso il posto dei nomi e su tutti il primo: quasi a volersi conquistare uno spazio nella storia, tra la polvere e i digiuni già dimenticati.
Voglio scriverci il tuo, di nome, su ogni chicco di riso e spingerlo con le dita fino a conquistare il tuo sorriso.