lunedì 9 febbraio 2009


Di questa donna ne parlano tutti con diversa cognizione e convincimento e, se permesso, qualcosa da dire l’avrei anch’io.
Sento parlare di vita e di morte, di coscienza civile e di preghiere, di leggi da scrivere o cambiare, di sentenze e sotterfugi amministrativi, di testamento e di curatori e ciascuno argomenta a favore di questo o quello ancora oggi, dopo diciassette anni dall’incidente.
Ho cercato di capire quante possibilità di “risveglio” e di sapere quanta parte di coscienza vi possa essere in quel corpo da così tanto tempo disteso.
Da tutto questo non si ricava granché: sento invocare una legge quasi che questa porti ad una magica soluzione.
La voglia di vivere di ciascuno è dentro la sua forza: so solo questo.
Ho timore di chi quella voglia e forza l’ha persa; ne ho timore e rispetto. Farei di tutto per trasfonderne, ma, di certo, coprire quella forza con altra forza mi pare una violenza che non ha niente a che fare con la generosità, l’indulgenza o umanità.
Quel che so di certo è che l’enormità di scegliere di lasciarla andare mi grava addosso. Non so e neanche riesco ad immaginare quanto peso sopporti chi questa lunga attesa ha vissuto da vicino.
Chiedo perdono a costoro se mi sono intromesso in un travaso di forza e speranza reso impossibile per così tanto tempo: chiederei rispetto a tutti gli altri.
Di vita da salvare ce n’è ancora tanta e, mi ammonisce uno sguardo severo che mi viene da dentro, tanta è quella che di voglia ne ha di soverchio rispetto alla forza che, invece, difetta per semplice indifferenza.