Dalla paura ha luogo il coraggio, è quello che la supera. Lo sa bene chi la paura la prova senza neanche considerare quanto può essere coraggioso e, di certo, non è che possa davvero importargli.
Chi ne fosse sprovvisto, della paura intendo, non sentirebbe il cuore battergli nel petto così forte, il respiro faticare.La paura ti prende irragionevolmente: per quel che non conosci soprattutto, ma può esserti suggerita dal ricordo di un dolore e spesso ci governa tutti quanti.
C’è persino chi agitando la paura si crea un privilegio tutto suo e chi, per conservare quel privilegio, non esita a crearla dal niente addirittura.
Che dire della paura di un rifiuto, di non essere accettati o di apparire inadeguati? Ce le portiamo tutte dentro le paure: una dentro l’altra pronte a scatenarsi in timidezza o in rinunce dolorose, a condurci ad ammettere che il ricorso al coraggio ci avrebbe potuto dare una vita tanto diversa.
Lasciarsi governare dalla paura è facile perché unisce e, si sa, i simili continuano a cercarsi creando quell’idea di protezione, di condivisione che il branco riesce a dare come nessuno.
A pensarci bene potrebbe spiegarsi così la forza di coesione di un esercito in cui è la paura che supera la forza centrifuga della rivendicazione alla diversità dei singoli, ma queste sono solo divagazioni di cui m’importa assai meno.
Quel che è davvero importante, che rende unici, è il superamento della paura: non ignorarla, superarla. È questa la prova più dura perché la paura non si può rimuovere, la si può dimenticare, accantonare; ma si torna a fare i conti con lei.
Trovare dentro di sé la risorsa dopo averla creata: pulsazione dopo pulsazione, respiro spezzato e mani che sembrano tremare come tutto il resto che viene preso da un formicolio particolare.
E tutto questo per aver saputo mettersi in gioco nella solitudine più vera e sincera, una vittoria su se stessi che ha testimoni distratti.
Della mia, invece, sono qui ad osservarne attento ogni sfumatura promettendomi un giudizio impietoso.
Chi ne fosse sprovvisto, della paura intendo, non sentirebbe il cuore battergli nel petto così forte, il respiro faticare.La paura ti prende irragionevolmente: per quel che non conosci soprattutto, ma può esserti suggerita dal ricordo di un dolore e spesso ci governa tutti quanti.
C’è persino chi agitando la paura si crea un privilegio tutto suo e chi, per conservare quel privilegio, non esita a crearla dal niente addirittura.
Che dire della paura di un rifiuto, di non essere accettati o di apparire inadeguati? Ce le portiamo tutte dentro le paure: una dentro l’altra pronte a scatenarsi in timidezza o in rinunce dolorose, a condurci ad ammettere che il ricorso al coraggio ci avrebbe potuto dare una vita tanto diversa.
Lasciarsi governare dalla paura è facile perché unisce e, si sa, i simili continuano a cercarsi creando quell’idea di protezione, di condivisione che il branco riesce a dare come nessuno.
A pensarci bene potrebbe spiegarsi così la forza di coesione di un esercito in cui è la paura che supera la forza centrifuga della rivendicazione alla diversità dei singoli, ma queste sono solo divagazioni di cui m’importa assai meno.
Quel che è davvero importante, che rende unici, è il superamento della paura: non ignorarla, superarla. È questa la prova più dura perché la paura non si può rimuovere, la si può dimenticare, accantonare; ma si torna a fare i conti con lei.
Trovare dentro di sé la risorsa dopo averla creata: pulsazione dopo pulsazione, respiro spezzato e mani che sembrano tremare come tutto il resto che viene preso da un formicolio particolare.
E tutto questo per aver saputo mettersi in gioco nella solitudine più vera e sincera, una vittoria su se stessi che ha testimoni distratti.
Della mia, invece, sono qui ad osservarne attento ogni sfumatura promettendomi un giudizio impietoso.
