mercoledì 30 aprile 2008

Dalla paura ha luogo il coraggio, è quello che la supera. Lo sa bene chi la paura la prova senza neanche considerare quanto può essere coraggioso e, di certo, non è che possa davvero importargli.
Chi ne fosse sprovvisto, della paura intendo, non sentirebbe il cuore battergli nel petto così forte, il respiro faticare.La paura ti prende irragionevolmente: per quel che non conosci soprattutto, ma può esserti suggerita dal ricordo di un dolore e spesso ci governa tutti quanti.
C’è persino chi agitando la paura si crea un privilegio tutto suo e chi, per conservare quel privilegio, non esita a crearla dal niente addirittura.
Che dire della paura di un rifiuto, di non essere accettati o di apparire inadeguati? Ce le portiamo tutte dentro le paure: una dentro l’altra pronte a scatenarsi in timidezza o in rinunce dolorose, a condurci ad ammettere che il ricorso al coraggio ci avrebbe potuto dare una vita tanto diversa.
Lasciarsi governare dalla paura è facile perché unisce e, si sa, i simili continuano a cercarsi creando quell’idea di protezione, di condivisione che il branco riesce a dare come nessuno.
A pensarci bene potrebbe spiegarsi così la forza di coesione di un esercito in cui è la paura che supera la forza centrifuga della rivendicazione alla diversità dei singoli, ma queste sono solo divagazioni di cui m’importa assai meno.
Quel che è davvero importante, che rende unici, è il superamento della paura: non ignorarla, superarla. È questa la prova più dura perché la paura non si può rimuovere, la si può dimenticare, accantonare; ma si torna a fare i conti con lei.
Trovare dentro di sé la risorsa dopo averla creata: pulsazione dopo pulsazione, respiro spezzato e mani che sembrano tremare come tutto il resto che viene preso da un formicolio particolare.
E tutto questo per aver saputo mettersi in gioco nella solitudine più vera e sincera, una vittoria su se stessi che ha testimoni distratti.
Della mia, invece, sono qui ad osservarne attento ogni sfumatura promettendomi un giudizio impietoso.